Ucraina. Mosca scatena la crisi del grano e poi offre la soluzione

by Andrea Spinelli Barrile * | 19 Luglio 2023 11:27

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Dmitry Peskov: sostituiremo le forniture ucraine con cereali russi

 

La Russia è pronta a sostituire la fornitura di grano ucraino ai paesi che ne hanno bisogno, gratuitamente. Parola del Cremlino, o meglio del suo portavoce Dmitry Peskov, che dopo la decisione di non rinnovare l’Accordo del Mar Nero sta cercando di garantirsi l’export di cereali. Un vero e proprio investimento, ma non è chiaro come Mosca riesca a finanziarlo: regalare il grano ucraino e ridurre il fatturato di quello prodotto in Russia, così da avvicinare un gran numero di paesi a basso e medio reddito che votano all’Onu.

Sui cereali prodotti in Russia, gli ultimi mesi rivelano un trend interessante: il 19 giugno l’Agenzia statale per i cereali dell’Algeria (Oaic) ha acquistato 400.000 tonnellate di grano da macinare, 300.000 di origine russa, acquistate secondo i trader citati da Reuters a 261.5 dollari a tonnellata incluso il trasporto. Un mese dopo l’Oaic ha acquistato altre 50.000 tonnellate nominali di grano, in questo caso secondo i trader internazionali offerto dalla Russia a prezzi inferiori rispetto a quelli delle gare ufficiali. La strategia cerealicola russa non farà morire di fame i paesi a basso reddito: l’obiettivo di Mosca sembra più essere orientato a scatenare un’ennesima crisi per presentarsi con la soluzione preconfezionata. La strategia russa per diventare fornitore unico di decine di paesi a basso e medio reddito è quella del «modello algerino»: vendere il grano a chi può comprarlo, a prezzi più bassi, e regalare quello ucraino ai paesi «bisognosi».

UNA STRATEGIA simile a quella adottata da Mosca in Africa in campo militare: provocare crisi, come in Burkina Faso e Mali, e mandare i suoi a risolverla. È tutta propaganda, il caso Mali è emblematico: i gruppi islamisti continuano a conquistare territorio e la giunta militare ha ingaggiato la Wagner, complice delle Forze armate in diverse stragi di civili. La storia ci racconta qualcosa di diverso dalla propaganda: la Russia, in Mali come in Ucraina, non è così efficiente sotto il profilo militare.

La «diplomazia vaccinale» dell’Onu e dell’Occidente ha fatto scuola: durante la pandemia sono state promesse ai governi africani centinaia di milioni di dosi mai arrivate. Per trovare una soluzione al problema questi paesi si sono, spesso malvolentieri, aperti alla diplomazia vaccinale cinese, siglando accordi per ricevere forniture. Nel momento più basso per la sua reputazione internazionale Pechino è così riuscita a uscire brillantemente dall’imbarazzo e dall’isolamento post-pandemia. La diplomazia del grano ricalca quel fallimento del modello occidentale: proprio ieri Oxfam ha lanciato un appello chiedendo «il ripensamento» delle filiere alimentari globali. Secondo l’organizzazione, meno del 3% del grano consegnato nell’ambito dell’Accordo del Mar Nero è andato ai Paesi in crisi alimentare come la Somalia (che ne ha ricevuto lo 0,2%), mentre ben l’80% è andato ai paesi di prima fascia, come Francia e Olanda ma anche Cina, Turchia, Spagna e Israele.

IN QUESTO CONTESTO, la strategia russa sembra voler forzare un cambiamento che lentamente è già in atto da tempo, una sorta di scivolamento di tanti paesi a basso reddito da un’area di influenza “democratica”, meno efficace nel rispondere ai bisogni di oggi di quelle popolazioni, a una più “autocratica”, molto più efficiente sotto questo profilo, almeno nel breve periodo. Lo scenario, nei prossimi mesi, sarà più chiaro: a fine luglio sono attesi una quarantina di capi di stato e di governo africani al secondo vertice Russia-Africa di San Pietroburgo. Lì, Mosca dovrà giocare a carte scoperte e, secondo molti, potrebbe proporre accordi bilaterali in sostituzione delle partite dell’Accordo del Mar Nero.

* Fonte/autore: Andrea Spinelli Barrile, il manifesto[1]

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