Questa, ci ripete più volte, «è la terza guerra mondiale, in meno di 400 kmq, la guerra mondiale contro Gaza». Quello di Fatena Al Ghurra per Gaza era stato un viaggio tanto desiderato e programmato. Dalla sua terra d’origine mancava da 15 anni.

Il 4 ottobre, proveniente dal Belgio dove risiede e lavora alternando la professione di traduttrice alla scrittura di poesie, era rientrata a Gaza per far visita ai genitori e al resto della famiglia. Un abbraccio atteso da tanto.

«Pochi giorni dopo mi sono ritrovata all’inferno con tutta la famiglia», prosegue Fatena che ha pubblicato cinque raccolte di poesie in diverse lingue. Il docente universitario e arabista Simone Sibilio ha tradotto le sue poesie anche in italiano, Tradire il Signore (Cascio). Ma non c’è spazio per la poesia nell’ospedale al Quds di Gaza city. A occupare quello spazio sono paura e privazioni. Gli sfollati, distribuiti sui sei piani dell’edificio, fanno fatica anche a procurarsi il cibo. Le condizioni igieniche sono terribili. Ma le bombe sono il vero pericolo. «Più volte gli israeliani ci hanno ordinato di evacuare subito – continua Fatena, la sua voce che si fa sempre più flebile e lontana – Temiamo di essere colpiti, ma qui siamo solo civili, bambini e donne. Non abbandonateci».

L’APPELLO di Fatena Al Ghurra rivolto al mondo, alla «comunità internazionale» che ha abbandonato Gaza, è quello che lanciano da tutti gli ospedali palestinesi dove hanno trovato riparo migliaia di civili. In particolare, lo Shifa, il più grande e attrezzato. Dentro la struttura e nello spazio intorno stazionano da giorni trentamila persone. Secondo quanto affermava nei giorni scorsi Israele, sarebbero state «schierate lì da Hamas per proteggere le sue basi sotterranee».

Ieri il portavoce militare, Daniel Hagari, è tornato a denunciare la presunta presenza della principale base operativa del movimento islamico sotto lo Shifa. A suo dire «ci sarebbero diversi tunnel che conducono alla base sotterranea dall’esterno dell’ospedale». Hamas da parte sua ha negato l’accusa. Un giornalista, S. K. di Gaza city, sfollato nei giorni scorsi verso sud, ci diceva ieri che la «presenza» degli ospedali «è una barriera che ostacola i piani dell’esercito israeliano per le operazioni di terra. Per questo ne chiede l’evacuazione sin dal primo giorno di guerra. Se avvenisse, avrebbe campo libero». Un altro ospedale è tornato parzialmente operativo, l’Ahli che 11 giorni fa, insistono i palestinesi, è stato bombardato dall’aviazione israeliana e non colpito da un razzo malfunzionante del Jihad islami come sostengono più parti.

IL DOTTOR Ghassan Abu Sitta, una delle voci di Gaza più note, ha detto che alcuni reparti devastati dall’esplosione sono stati riabilitati. Ieri pomeriggio e in serata è stato un inferno a Gaza. I nostri contatti ci riferivano di una «pioggia di bombe» senza precedenti che ha martellato soprattutto a nord e nel centro e causato il crollo di ogni comunicazione. Telefonia fissa e mobile e internet. La Mezzaluna rossa ha comunicato che anche il suo numero di emergenza 101 era inutilizzabile. «Siamo profondamente preoccupati per la capacità delle nostre equipe, tutto ciò ostacola l’arrivo delle ambulanze per i feriti», ha denunciato. La Striscia è piombata in un buio e un silenzio totale rotto solo da spaventose esplosioni e dal ronzio dei droni. Poi si è capito il perché di tanta violenza e potenza. Israele stava lanciando la prima parte della sua offensiva di terra.

«NELLE ULTIME ore abbiamo aumentato gli attacchi a Gaza. L’aeronautica militare sta attaccando ampiamente obiettivi sotterranei e infrastrutture terroristiche, in modo molto significativo. A seguito dell’attività offensiva che abbiamo svolto negli ultimi giorni, le forze di terra stanno espandendo l’attività di terra stasera», ha detto in diretta tv il portavoce militare. Si è poi saputo che decine di carri armati sono entrati in profondità nella Striscia e che all’operazione stavano partecipando anche forze navali. Altre migliaia di civili palestinesi in preda al panico hanno abbandonato le loro case a Gaza city per fuggire a sud.

COME SI SVILUPPERÀ l’invasione è l’interrogativo di tanti. Incursioni rapide e devastanti o rioccupazione del nord di Gaza? È chiaro che il gabinetto di guerra presieduto da Netanyahu e i comandi militari hanno deciso: niente cessate il fuoco, stop ai negoziati per la liberazione degli oltre 200 ostaggi a Gaza – sono trapelate voci di ulteriori rilasci «impediti dai bombardamenti» -, via alla realizzazione del piano sostenuto dal ministro della Difesa Gallant per «la distruzione di Hamas». Proprio Gallant ieri sera ha affermato che l’offensiva di terra a Gaza sarà lunga e difficile, fatta di operazioni per distruggere una lunga rete di gallerie sotterranee e porterà ad un’altra fase di combattimenti di minore intensità in cui, prevede, Israele distruggerà le «sacche di resistenza». Netanyahu, Gallant e il nuovo alleato Benny Gantz, hanno compreso che il tempo giocava a sfavore di Israele e che occorreva agire di anticipo sul resto del mondo. Il vento sta un po’ cambiando, anche i governi europei che avevano benedetto la rappresaglia devastante contro Gaza, adesso si fingono preoccupati per la sorte dei civili palestinesi. «È cruciale che Israele agisca in modo mirato contro i terroristi», ha detto con ridondante ipocrisia il francese Macron mentre il mondo vero, quello degli esseri umani, invoca tregua immediata e fine delle stragi di civili.

CHE INVECE non cesseranno, perché la «distruzione di Hamas» – che continua a lanciare razzi, anche verso Tel Aviv (tre feriti) – avverrà tra i civili, case, palazzi, ospedali, luoghi di culto, scuole. Ieri l’ultimo bollettino di morte, quello da Gaza al quale Joe Biden dice di non credere. Almeno 7.326 palestinesi sono stati uccisi nei raid aerei dal 7 ottobre – quando Hamas ha attaccato il sud di Israele (1400 morti) -, ha comunicato il ministero della sanità di Gaza.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto[1]