Un colpo di spugna. Così il nuovo presidente argentino Javier Milei ha presentato a reti unificate il maxi decreto che modifica l’assetto istituzionale ed economico del paese per aprire le porte al suo progetto “libertario”. A soli dieci giorni dall’insediamento, l’estrema destra argentina scavalca di fatto il parlamento per adeguare a piacere circa 300 leggi, il quadro normativo vigente durante gli ultimi vent’anni, e delega al mercato la regolazione di buona parte delle relazioni economiche e sociali.

LIMITATO il diritto di sciopero in quasi tutti i comparti dell’economia, dall’istruzione ai trasporti alla gastronomia e il settore alberghiero, considerati essenziali per il funzionamento del paese. Ridotti i contributi padronali e le liquidazioni per licenziamento. Derogate le leggi di promozione industriale e commerciale, vitali per le piccole aziende delle provincie del nord del paese.

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Tutte le imprese pubbliche dovranno trasformarsi in società per azioni per essere vendute. Derogata la legge sugli affitti, eliminati i limiti ai prezzi del paniere di prima necessità, i limiti all’acquisto di terra da parte di capitali stranieri, la regolazione del traffico aereo commerciale. E viene addirittura aperta la possibilità alla privatizzazione delle squadre di calcio di serie A. Una svolta shock, che lascia molto a desiderare però dal punto di vista democratico.

IL DECRETO d’urgenza, strumento costituzionale previsto in casi di calamità, dichiara lo “stato d’emergenza pubblica” in materia economica, finanziaria, fiscale, amministrativa, previsionale, tariffaria, sanitaria e sociale fino al 31 dicembre 2025, che funge da giustificazione per evitare il dibattito in parlamento, che solo potrà accettare o rifiutare in toto le riforme nei prossimi venti giorni.

Difficile prevedere ora l’esito di tale voto. Sebbene contenuto e forma della “Base per la ricostruzione economica argentina” siano oggi contestate da molti fronti, il governo confida di poter racimolare i voti che gli mancano per arrivare alla maggioranza.

Nella storia argentina nessun decreto d’urgenza è stato mai bocciato una volta arrivato in parlamento, e ieri Milei ha addirittura raddoppiato la posta: «Ci sono circa 380mila regolazioni statali che impediscono il funzionamento di una società libera», ha sostenuto, per poi annunciare l’invio di una cascata di progetti di legge in parlamento.

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MA LE PIAZZE hanno già dato il loro verdetto. Mercoledì notte in migliaia sono scesi per strada per protestare contro le misure appena annunciate. Come quel 20 dicembre del 2001, quando la rivolta popolare stroncò l’ennesimo governo ultraliberista guidato da Fernando de la Rúa, a Buenos Aires si è tornati dopo ventidue anni esatti al cacerolazo, il frastuono delle pentole vuote battute dalle strade e dai balconi.

Il governo sa perfettamente che uno shock economico e sociale come quello annunciato, non potrà passare senza repressione. Già settimana scorsa ha emanato un protocollo che criminalizza di fatto chiunque intralci il traffico durante una manifestazione, e toglie sussidi e contributi statali a chi vi partecipa.

IL BANCO di prova è stato proprio questo mercoledì, in occasione del corteo per il 22º anniversario della rivolta del 2001: in uno scenario orwelliano, tutti gli altoparlanti delle stazioni del treno di Buenos Aires ricordavano le nuove disposizioni contro i picchetti, mentre la polizia perquisiva e filmava tutti i bus diretti alla capitale.

I primi a protestare giovedì mattina sono stati gli impiegati della Banca Nazionale: il decreto apre le porte alla sua privatizzazione. Nel frattempo i principali dirigenti delle tre centrali sindacali si sono riuniti coi rappresentanti dell’opposizione per stillare un cammino comune nelle prossime settimane. Possibile anche uno sciopero generale tra natale e capodanno.

* Fonte/autore: Federico Larsen, il manifesto[3]