Il crepuscolo americano della NATO

by Tommaso Di Francesco * | 9 Luglio 2024 8:44

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Il macigno che incombe sul summit di Washington è il disastro della leadership Usa, dalla tenuta fisica di Joe Biden all’insidia del probabile arrivo alla Casa bianca del sovversivo Trump

 

Il vertice che si apre oggi a Washington e durerà fino all’11 non è una scadenza qualsiasi nella storia dell’Alleanza atlantica, e non solo perché è il 75° anniversario della sua fondazione nell’aprile del 1949, “difensiva” contro l’Unione sovietica (che non c’è più e che rispose con l’alleanza militare del Patto di Varsavia solo 6 anni dopo nel 1955).

Sarà infatti un summit denso di contraddizioni, al limite della domanda di senso necessaria dopo tanto tempo: a che serve la Nato? Ideologicamente e nella prassi le leadership atlantiche la risposta – indicibile – ce l’hanno: la Nato serve a rincorrere, riparare, aggiustare e sviluppare tutti i disastri che ha provocato con la sua iniziativa, fatta di sanguinose guerre aperte e coperte, e con il suo allargamento scellerato a Est. Qualcuno la chiama “lungimiranza”, ma si tratta di un sistema strutturale, rodato sulla pelle di troppe vittime: la Nato si riproduce a mezzo di guerre e destabilizzazioni.

E la guerra in Ucraina con “l’aggressione stupida e criminale di Putin e le provocazioni della Nato” – insiste sempre Noam Chomsky – sono in questa fase un input di riproduzione, a cominciare dall’aumento della spesa militare in Europa, che deve portare tutti i paesi al 2% del riarmo mentre alcuni più virtuosi già veleggiano sul 4% come la Polonia: questo aumento porterà in dote Giorgia Meloni non solo a Joe Biden – se la riconosce – ma anche a Trump, per il quale i membri Nato si “portano avanti con il lavoro” : infatti l’aumento della spesa militare degli alleati minimo al 2% era ed è la condizione di Trump per sostenere la Nato. Un riarmo pesante di fronte ai limiti economici europei del nuovo Patto di stabilità che ha avuto approvazione bipartisan alla chetichella nel nostro parlamento; vuol dire che sempre più i tagli si concentreranno sulle spese sociali per privilegiare le spese militari, come dimostrano l’incredibile decisione di accedere ai fondi del Pnrr per le munizioni all’Ucraina – sempre più dunque nella logica dal werfare al warfare – , e gli accordi pluriennali di cooperazione militare con Kiev siglati finora da 20 governi europei tra cui l’Italia – ieri si è aggiunta la Polonia. Un vero e proprio “sistema di guerra a lungo termine”.

A Washington diventeranno ufficiali le sliding doors, bipartisan, la nomina a segretario, al posto del socialdemocratico Jens Stoltenberg, dell’ex primo ministro di centrodestra dei Paesi bassi, il duro e rigoroso Mark Rutte. Nomina che, va sottolineato, avviene ben prima di quelle istituzionali della Commissione europea, certo alle prese con una situazione a dir poco complessa dopo l’affermazione della destra e destra estrema nelle elezioni europee del 9 giugno scorso che hanno disegnato l’emergere sempre più di una Europa delle nazioni e dei nazionalismi tra loro conflittuali ben più congeniali alla Nato, vista la divisione che impera, di una Ue che invece conservi la sua forte e originaria ispirazione sovranazionale. Di sovranazionale, a guida Usa e d’impronta militarista, di fatto ce n’è pericolosamente una sola, la Nato.

Tanto più che l’Ue non ha né può avere ancora una sua politica estera, lo spagnolo Borrell, l’ex Mister Pesc, non era un ministro ma una sorta d’incaricato, e ora con la prima ministra estone Kaja Kallas, sarà perfino peggio, vista la surroga che la Nato fa da più di un trentennio della politica estera e non solo dei Paesi Baltici, come – fatta eccezione ora per l’Ungheria sovranista legata a doppiofilo all’economia di Putin e che ricatta con la questione magiara – per molti paesi dell’est a cominciare dalla Repubblica ceca (il presidente della Repubblica è un ex generale della Nato ispiratore delle politiche filoatlantiche del premier Fiala), la Bulgaria e la Romania. E poi la Nato è andata sempre d’accordo con la destra e l’estrema destra con cui ha una lunga frequentazione dal dopoguerra.

Gli accordi pluriennali dei Paesi della Nato – Washington stanzierà altri 40 miliardi di aiuti militari per il 2024 – saranno allargati a tutti gli altri paesi ed hanno come principio ispiratore il nodo inevaso e finora ineludibile dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. All’ultimo vertice di Vilnius del luglio 2023 con 31 Paesi (oggi c’è in più la Svezia) venne deciso un Consiglio Nato-Ucraina e si proclamò solennemente: «Il futuro dell’Ucraina è nella Nato». Sta di fatto che da allora in poi l’ingresso non c’è stato né la tanto auspicata da Zelensky road map per entrarci.

E sul fronte della guerra, che sul campo si è rincrudita quanto a violenza e distruzioni con capovolgimenti di fronte decisivi, restando in piedi l’equivoco della “vittoria” e dissimulando con sempre meno efficacia il pericolo di un conflitto nucleare, un cessate il fuoco e un negoziato di pace appaiono a dir poco lontani dopo la recita del forum di Lucerna e le difficoltà a convocare un reale tavolo di trattativa tra nemici, ucraini e russi. È stato lo stesso Biden del resto, in una famosa ed esclusiva intervista alla Cnn del 9 luglio 2023, a dire no all’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza perché “vorrebbe dire entrare subito in guerra con la Russia” e per i nodi irrisolti a Kiev, la deficitaria democrazia e la mega-corruzione; inoltre proprio il Trattato dell’Alleanza dice che non può accettare un paese in conflitto aperto, pena l’immediato coinvolgimento in guerra come da articolo 5. Di fatto siamo al limite di questo ragionamento se, con benedizione di Blinken, si accetta che le armi della Nato vengano usate dentro e contro la Russia.

Ma il nuovo macigno che incombe sul vertice di Washington è il disastro della leadership presidenziale Usa, dalla tenuta fisica di Biden all’insidia del probabile arrivo alla Casa bianca del tycoon sovversivo, Donald Trump. La domanda di media e leadership democratica Usa se “Biden ha fatto le prove neurologiche” si riverbera nel vertice atlantico e già nelle due sanguinose guerre in corso, in Ucraina e nei Territori palestinesi occupati (Gaza e Cisgiordania) dove il massacro continua? Insomma, cadute, balbettii, scambi di persona, afasie, errori di memoria influenzano e influenzeranno pericolosamente questi scenari che pretenderebbero il contrario? Si intravvede non la risposta, ma solo un declino Usa, in un crepuscolo di potenza dove la guerra è la dominante non più solo esportata magari aprendo l’agenda cinese. Qualcuno ha afferrato la minaccia di Trump, evocativa del 6 gennaio 2021, che, vittorioso in pectore per tutti a novembre, se sconfitto “non riconoscerà” i risultati?

* Fonte/autore: Tommaso Di Francesco, il manifesto[1]

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