Clima. Alla Cop29, stallo e accordi al ribasso
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Il G77 chiede 1.300 miliardi di dollari all’anno per il Sud globale ma le nazioni industrializzate non vogliono andare oltre i 300
BAKU. Se volete vedere quanto diviso sia il mondo, date un’occhiata a Baku. Il summit sul clima in corso nella capitale azera doveva essere terminato già venerdì, ma alla notte di sabato – quando questo articolo va in stampa – non si è ancora concluso: l’accordo tra paesi ricchi e paesi poveri non è mai sembrato così difficile.
IL SUMMIT DI BAKU è Cop29, l’incontro negoziale delle Nazioni unite sul contrasto al riscaldamento globale. Oggetto del contendere sono stati fin dall’inizio i flussi finanziari che dal Nord ricco dovranno andare a finanziare la transizione nel Sud del pianeta. Per due settimane i rappresentanti dei governi si sono scontrati sui numeri e sulle regole. Il G77, l’alleanza informale che riunisce Africa, America latina e quasi tutta l’Asia, chiedeva 1.300 miliardi di dollari all’anno, in maggioranza da fonti pubbliche o comunque a fondo perduto. Le nazioni industrializzate – e in particolare l’Unione europea, visto che gli Stati Uniti di Trump sono prossimi a lasciare del tutto le trattative – sono arrivati a Baku con un’idea molto diversa: 300 miliardi l’anno al massimo, senza grandi distinzioni sulla loro provenienza o sulle modalità di erogazione.
Le posizioni sono rimaste sostanzialmente immutate per le due settimane di summit. Poi la presidenza azera ha presentato la sua proposta di sintesi, com’è prassi, tutta sbilanciata verso l’Occidente.
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I SOLDI PROMESSI nell’ultima bozza discussa sono 300 miliardi l’anno, da stanziare entro il 2035. Dentro vi si conta tutto: denaro pubblico, privato, filantropico, delle banche di sviluppo, donato o prestato. In questo scenario i paesi in via di sviluppo ottengono l’inserimento della cifra desiderata di 1.300 miliardi come «invito» – senza obbligatorietà – e la triplicazione graduale dei finanziamenti erogati tramite una serie di fondi legati alle Nazioni unite. Ma si tratta di poca cosa, rispetto alle richieste e ai bisogni legati alla crisi climatica nel Sud globale.
Da qui, lo scontro. Ieri in serata il gruppo dei paesi meno sviluppati, o Ldc, e l’alleanza degli Stati insulari, o Aosis, hanno abbandonato polemicamente le stanze del negoziato. «Non ci hanno nemmeno consultato, la proposta ci delude» è l’accusa. Nell’insieme fanno 81 nazioni: le più povere e le più minacciate dal riscaldamento globale. Alcune delegazioni sudamericane progressiste – quelle i cui governi hanno ottimi rapporti sia col Nord ricco sia col Sud più povero – hanno iniziato a fare la spola tra le stanze per trattare. La ministra brasiliana Marina Silva e la sua omologa colombiana Susana Muhamad sono spiccate come figure centrali di un summit ignorato dai leader globali.
Il loro lavoro è servito a riportare tutti al tavolo, ma l’accordo ancora non c’è. Certo, anche grazie a loro si è riuscito ad approvare finalmente l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, relativo al mercato di carbonio. Da domani, in teoria, gli stati potranno iniziare a vendere e comprare “permessi per inquinare” con delle regole e un registro comuni. Dieci anni fa, quando questo sistema è stato pensato, la sua approvazione sarebbe stata una notizia da prima pagina. Oggi, con le politiche climatiche in ritirata e il sistema del mercato delle emissioni travolto dagli scandali, rischia di conquistare non più di un trafiletto.
CIÒ CHE MANCA ancora è il vero obiettivo del summit: i soldi. Nella sala stampa di Cop29 si sprecano le previsioni. I più pessimisti paventano il no deal, il rinvio di ogni decisione a data da definirsi. I più ottimisti sussurrano che un nuovo testo condiviso sarebbe invece vicino all’approvazione, magari grazie all’inclusione di fondi specifici per le isole e i paesi meno sviluppati. Tra gli ostacoli da superare – oltre a Bruxelles e Washington che non amano aprire il portafoglio – c’è l’immancabile Arabia saudita. Secondo uno scoop del Guardian la presidenza azera, altro petrostato, avrebbe permesso solo al governo di Riad di inserire direttamente le proprie modifiche nel testo negoziato, un privilegio negato a tutti gli altri. I sauditi non hanno alcun obbligo di contribuzione economica secondo i trattati, ma per loro il punto è un altro: ogni soldo tolto alla transizione, ogni anno perso nella riduzione delle emissioni, è un passo avanti per il futuro che hanno in mente. Un futuro nero petrolio.
* Fonte/autore: Lorenzo Tecleme, il manifesto
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