Confederalismo democratico. Le città italiane manifestano «a difesa del Rojava»

Confederalismo democratico. Le città italiane manifestano «a difesa del Rojava»

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Migliaia di persone tra Roma, Palermo, Firenze…oggi tocca a Milano. In piazza si chiede di difendere il modello del confederalismo democratico in queste ore di nuovo minacciato dalla Turchia

 

Ci sono pochi passi tra l’ambasciata turca a Roma e le centinaia di persone che ieri hanno animato il presidio «in difesa del Rojava», a piazza Indipendenza. Con la Turchia alle porte di Kobane, la città simbolo della resistenza curda, l’Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) ha voluto raccogliere le voci a sostegno del «modello di convivenza pacifica, democrazia diretta e autodeterminazione» che in queste ore è sotto minaccia.

Un modello che evidentemente convince giovani e giovanissimi: «L’esperimento del confederalismo democratico in una zona dilaniata dalla guerra è un esempio di come si possa costruire una società migliore anche in un clima sfavorevole – dice al manifesto uno studente dell’università La Sapienza – nel momento in cui tutto ciò è a rischio, da parte nostra è quasi obbligatorio esserci». E ci sono state anche le città di Palermo, Bari, Firenze, Torino. Oggi segue Milano.

«FREEDOM for Abdullah Öcalan», lo storico fondatore del Pkk, «Difendiamo il Rojava per una nuova Siria democratica», bandiere che ricordano le Ypg, le unità di protezione popolare che hanno respinto l’assalto dell’Isis alla città di Kobane, nel 2015. Ma lo slogan più cantato è «Jin, jiyan, azadî», quelle tre parole che hanno costruito il progetto del confederalismo democratico «basato sul rispetto, il multiculturalismo, la parità di genere e l’organizzazione orizzontale del potere – dice dal palco Non una di meno – ma soprattutto sull’autodeterminazione di popoli assoggettati da troppo tempo agli interessi occidentali».

Anche per Jacopo di Potere al Popolo Roma la «rivoluzione socialista, femminista ed ecologista» è in pericolo, e sollecita la mobilitazione universitaria «per chiedere il boicottaggio e il disinvestimento tanto nei confronti di Israele quanto della Turchia» di Recep Tayyip Erdogan. Solo «l’anti-imperialismo e la giustizia sociale assicurano la pace».

«I curdi non vogliono un’indipendenza dalla Siria, non vogliono dividerla, vogliono essere autonomi» ci racconta Said Dursun del centro socio-culturale Ararat. «Ormai dovrebbe essere evidente, e non dovrebbe essere accettato, l’odio che la Turchia nutre nei nostri confronti. In Turchia i curdi stanno in carcere, ma la nostra lotta ha difeso il mondo dai tagliagole dell’Isis».

Che agli gli stati occidentali faccia comodo una Siria debole e frammentata è l’idea di Erol Aydemir, regista curdo e parte della comunità curda a Roma. «È vero che la Russia e l’Iran non ci sono più, ma il gruppo jihadista Hay’at Tahrir al Sham non ha un progetto per una Siria unita, anche se adesso provano a cambiare faccia». Il progetto è chiaro ed «è contro quello che noi abbiamo costruito ormai da 13 anni, perché lo Stato islamico non può accogliere tutte le minoranze e i popoli che vivono in Siria».

«SOLTANTO a Qamislo convivono sei nazionalità diverse», proprio nella città dove giovedì decine di migliaia di persone hanno manifestato in sostegno delle Forze democratiche siriane e per chiedere la fine della guerra. Per lo Stato islamico «le donne non possono lavorare, le donne non devono “essere”, se non in casa o per mettere al mondo dei bambini». Ma «con il nostro progetto, i popoli siriani possono vivere in pace», conclude Aydemir.

Per gli attivisti di Uiki non si parla abbastanza dei giornalisti e delle giornaliste curdi «uccisi dalla Turchia nella più totale impunità». Il 19 dicembre Nazım Dastan e Cihan Bilgin sono stati uccisi da un drone nel nord della Siria. Stavano lavorando a un reportage sugli scontri intorno alla diga di Tishreen, presa di mira negli ultimi giorni da parte dell’esercito turco e dall’Esercito nazionale siriano.

* Fonte/autore: Enrica Muraglie, il manifesto



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