Colombia. Stop al processo di pace: Eln contro ex Farc, 80 morti

Colombia. Stop al processo di pace: Eln contro ex Farc, 80 morti

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Il piano «Pace totale» del presidente Petro va in pezzi: si sparano i resti di due guerriglie storiche, è scattato lo stato di emergenza. Negli scontri tra l’Eln e il Frente 33 dei dissidenti Farc morti anche cinque firmatari dell’Accordo di pace del 2016

 

Era forse troppo bello per essere vero. L’ambiziosissimo programma di «pace totale» su cui il presidente Gustavo Petro aveva deciso di investire tutte le sue energie si sta scontrando con la dura realtà. Una nuova ondata di violenza si è abbattuta sulla Colombia, in particolare nella regione nordorientale del Catatumbo, alla frontiera con il Venezuela, teatro di sanguinosi scontri tra la guerriglia dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) e il Frente 33 delle cosiddette dissidenze delle Farc, in cui hanno perso la vita almeno 80 persone, tra cui cinque firmatari dell’Accordo di pace del 2016.

Secondo Camilo González, il capo negoziatore nel processo di dialogo con il Frente 33 guidato da Calarcá Córdoba, che mantiene ancora con il governo un accordo di cessate il fuoco, l’Eln avrebbe ordinato un’offensiva casa per casa non solo contro i combattenti ex Farc, ma anche contro i civili, i leader sociali e, appunto, i firmatari dell’accordo di pace, tutti considerati infiltrati. Dei 464 ex guerriglieri residenti in Catatumbo, «102 sono fuggiti con le loro famiglie», ha dichiarato Alejandra Miller, direttrice dell’Agenzia per la reincorporazione incaricata di coordinare il reinserimento dei firmatari di pace.

ERA DALLA FIRMA degli accordi del 2016 che «non si vedeva una cosa del genere», ha denunciato Francisco Daza della Fondazione Pace e riconciliazione, parlando di una delle peggiori situazioni umanitarie sofferte nel paese negli ultimi anni. E dello stesso avviso è anche Luis Fernando Trejos, docente dell’Università del Norte de Barranquilla, secondo cui l’Eln, l’organizzazione guerrigliera più antica del continente, «attacca tutti, senza distinguere tra civili e combattenti».

A scatenare la violenza è la lotta per il controllo del territorio e delle rotte del narcotraffico, in una regione povera ed emarginata in cui lo Stato – almeno prima che Petro realizzasse diversi progetti di trasformazione territoriale nel quadro del processo di dialogo con le dissidenze delle Farc – ha sempre brillato per la sua assenza, consentendo così ai gruppi armati di esercitare sul territorio un controllo sempre più ferreo. Non a caso, secondo l’ultimo rapporto dell’Unodc, l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, la coltivazione di coca occupa ormai quasi 44mila ettari, diventando la maggiore fonte di reddito degli attori armati.

SI STIMANO GIÀ in 32mila gli sfollati, tra contadini ed ex guerriglieri, costretti a fuggire verso Cúcuta, Ocaña e Tibú, nel dipartimento di Norte de Santander, ma anche in Venezuela, dove peraltro l’Eln ha fortemente consolidato la propria presenza, acquisendo di fatto, secondo diversi osservatori, un carattere «binazionale»: si parla di più di mille combattenti dal lato venezuelano, a volte supportati dalle stesse forze armate venezuelane, al punto che, sostiene per esempio l’analista politico Jorge Mantilla, nessun accordo con il gruppo guerrigliero sarebbe possibile senza il consenso del Venezuela.

Di fronte all’ondata di violenza, il governo ha cercato di correre ai ripari sospendendo per la seconda volta in meno di sei mesi il processo di pace con l’Eln, riannodato nel novembre 2023. Ma, soprattutto, dichiarando lunedì scorso lo stato di emergenza, che gli permette di adottare misure eccezionali per un periodo di 90 giorni prorogabile due volte.

PER PETRO, TUTTAVIA, la delusione è cocente: se all’inizio del suo mandato aveva invitato tutti i gruppi armati a negoziare un cessate il fuoco in vista di un processo di pace, ora è costretto a cambiare drasticamente strategia: «L’Esercito di liberazione nazionale ha scelto il cammino della guerra e guerra avrà», ha scritto su X. «Spetta all’esercito salvare e proteggere la popolazione del Catatumbo dall’Eln. E noi siamo al lato del popolo», ha dichiarato ancora il presidente, denunciando la trasformazione via via più evidente della guerriglia in un’organizzazione criminale, in flagrante contraddizione con la teoria dell’«amore efficace» di Camilo Torres, icona dei cristiani impegnati nel cammino della rivoluzione, intesa come autentico «atto d’amore» verso i poveri.

Il rischio è ora quello di un’implosione della politica di «pace totale». Se l’attenzione è concentrata sul Catatumbo, scontri violenti tra gruppi armati si registrano infatti anche nel Cauca, nel Sur de Córdoba, nel Magdalena Medio e soprattutto nel dipartimento sudorientale del Guaviare, dove si scontrano tra loro gruppi dissidenti delle Farc, con un bilancio già di almeno 20 morti. «Siamo terrorizzati», ha dichiarato il sindaco di Calamar Farid Camilo Castaño, evidenziando le scarse risorse del dipartimento per gestire l’emergenza, in mezzo a coltivazioni illecite, deforestazione ed estrazione illegale di oro e coltan.

* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto



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