Lavoro, mille morti in 11 mesi: la strage che nessuno vede né impedisce

Lavoro, mille morti in 11 mesi: la strage che nessuno vede né impedisce

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 Inail: crescono i feriti, le vittime sono di più tra i non garantiti. L’inutilità dei provvedimenti presi negli ultimi due anni

 

Aumentano gli infortuni e le morti sul lavoro e la produzione manifatturiera prosegue il suo viaggio verso lo sprofondo. Lo dicono i dati dell’Inail e di Confindustria arrivati insieme all’indomani della conferenza di inizio anno in cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato la sua lacunosa narrazione su un’economia il cui futuro non sembra essere così radioso e «normale».

I MORTI A CAUSA DEL LAVORO, ha confermato ieri l’Inail, sono stati mille nei primi undici mesi del 2024. Sono aumentati i decessi dei lavoratori avvenuti lungo il tragitto fatto per raggiungere il luogo di lavoro (sono passati da 223 a 269) e sono diminuiti i casi mortali sui posti di lavoro ( da 745 a 731). Rispetto allo stesso periodo del 2023 le vittime sono aumentate del 3,3%. Sono cresciute anche le denunce protocollate di malattia professionale: 81.671, 14.577 in più rispetto allo stesso periodo del 2023 (+21,7%), addirittura del 46,5% rispetto al 2022 (che era ancora periodo Covid). Insieme alla Francia l’Italia si conferma uno dei paesi europei dove il lavoro uccide, è più tossico e massima è l’impotenza davanti a un destino tutt’altro che scontato. «L’albero si vede dai frutti. I numeri dimostrano l’inefficienza e l’inutilità dei provvedimenti di questi ultimi due anni, se non la latitanza istituzionale – ha detto Bruno Giordano, magistrato presso la Corte di cassazione e già direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro – L’aumento colpisce più le donne (+1%), i lavoratori extracomunitari (+4,8%), e i lavoratori tra 60 e ben 74 anni (+5,2%), vuol dire che l’economia si fa forte sulla pelle dei più deboli».

QUELLA DELL’INAIL è la fotografia di un lavoro che è diventato sempre più mortale, e più povero, in un paese dove prosegue una crisi della produzione industriale esistenziale. L’Ufficio studi di Confindustria ieri ha parlato di un «significativo calo» l’economia avvenuto a novembre. Ha riguardato l’industria (-5,1%) e i servizi (-3,7%) mentre è continuato a crescere, «moderatamente» (+0,9%), il settore delle costruzioni. I dati sono stati ottenuti dalle prime anticipazioni sui dati della fatturazione elettronica delle imprese. Una forte flessione è avvenuta nel Nord-Ovest, è stata significativa al Centro (-2,3%), moderata altrove.

L’ISTAT ha ufficializzato il 21esimo mese consecutivo del calo della produzione industriale il 10 dicembre scorso. La crisi della manifattura, ma non solo, interessa la produzione dei mezzi di trasporto (meno 16,4% su base annua), quella legata ai prodotti petroliferi raffinati e alle attività estrattive (rispettivamente -15,9% e -12,4%. E poi c’è la chimica, la metallurgia, il tessile. A settembre la cassa integrazione è schizzata del 18,87% rispetto allo stesso mese del 2023: poco meno di 45 milioni di ore. Stellantis, Beko, Versalis, Glencore, Jabil sono i nomi delle crisi più note. E ieri, come si legge in pagina, i metalmeccanici hanno iniziato la loro mobilitazione per chiedere il nuovo contratto e una strategia industriale che, in fondo, non c’è.

* Fonte/autore: Mario Pierro, il manifesto



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