Spionaggio. Caso Paragon, il ministro Nordio cambia linea

Spionaggio. Caso Paragon, il ministro Nordio cambia linea

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Il ministro smentisce la linea della segretezza di Mantovano. Il trojan in uso già nel 2024. Le opposizioni: «Spiati anche noi?». Davanti al Copasir la difesa di Lo Voi per la vicenda Caputi: «Ho agito secondo le regole»

 

Il caso Paragon è ormai sprofondato nel caos più totale. Ieri pomeriggio il ministro Carlo Nordio ha detto alla Camera quello che appena il giorno precedente il sottosegretario Alfredo Mantovano sosteneva non si potesse rivelare. «Nessuna persona è mai stata intercettata da strutture finanziate dal ministero della giustizia nel 2024, e nessuna persona è mai stata intercettata dalla polizia penitenziaria», ha testualmente affermato il Guardasigilli, scagionando così l’organo tirato in mezzo nei giorni scorsi da Matteo Renzi. E ancora, sul filo del tecnicismo: «Lo svolgimento delle attività di intercettazione è sempre delegato dall’autorità giudiziaria Le spese vengono liquidate direttamente dall’autorità giudiziaria e poi comunicate al ministero, quindi nessuna competenza nel merito è del Dap». Quindi, ha concluso, «posso assicurare che nessun contratto è mai stato stipulato dal Dap o dalle dipendenti direzioni generali con qualsivoglia società di qualsiasi tipo».

E QUESTO è l’ultimo giro del gioco del cerino acceso: nei giorni scorsi i vari organi di polizia giudiziaria hanno smentito di aver mai utilizzato il server Graphite, mentre i servizi segreti (sia Aise sia Aisi) hanno sì ammesso davanti al Copasir di averlo a disposizione, ma senza che sia mai stato usato per finalità meno che regolari (e ci mancherebbe). Dunque, mentre permane il mistero su chi abbia inoculato il trojan negli smartphone del direttore di Fanpage Francesco Cancellato e in quelli di diversi attivisti dell’ong Mediterranea, l’unica cosa certa è che qualcuno non sta dicendo il vero. Sul punto le opposizioni caricano a testa bassa a colpi di dichiarazioni furenti, senza tuttavia arrivare alle vie di fatto, cioè, magari, bloccare le attività parlamentari come era stato fatto in risposta ai silenzi governativi su Elmasry. Per dirimere ogni dubbio, oltretutto, basterebbe fare l’interrogazione più semplice del mondo e chiedere se Graphite sia in uso per una qualsiasi attività giudiziaria in corso o passata. Le risposte possibili sono sì o no. E anche dire che c’è il segreto investigativo sarebbe comunque una risposta.

INTANTO, ieri mattina, il Citizen Lab dell’Università di Toronto, che da settimane analizza i contenuti di 90 dispositivi europei infettati da Graphite, ha fatto sapere che lo smartphone del portavoce di Mediterranea Luca Casarini sarebbe stato bucato già nel febbraio 2024. Da qui l’inevitabile domanda sulle eventuali spiate anche nei confronti di chi ha avuto conversazioni telefoniche o scambi di messaggi con lui. Come diversi parlamentari, ad esempio. «La sera precedente al giorno in cui è stato reso noto che Casarini era spiato – ha detto ai cronisti il leader di Si Nicola Fratoianni – io era a cena con lui, assieme ad altri parlamentari. Vorrei sapere se mi hanno spiato». E in verde Angelo Bonelli ha rincarato la dose: «Se Meloni pensa di essere Trump che firma ordini esecutivi, si sbaglia. Se dovesse uscire che il governo sta coprendo qualcuno, lei sarebbe direttamente responsabile».

CHI GIÀ è passato attraverso a una storia per certi versi simile è il dem Matteo Orfini, le cui conversazioni con Casarini finirono agli atti di un’inchiesta della procura di Ragusa e furono spiattellate sui giornali. «In questo caso, però, c’è un aspetto inquietante in più – ragiona Orfini con il manifesto -, perché non si capisce chi avrebbe utilizzato questo spyware. Siamo di fronte a qualcosa che è completamente al di fuori dello stato di diritto e il governo non risponde. Il sospetto che stiano coprendo qualcosa è naturale».

NELLE STESSE ore di questo trambusto, andava in scena l’audizione del procuratore di Roma Francesco Lo Voi davanti al Copasir. L’oggetto del contendere erano le carte riservate stilate dall’Aisi finite nel fascicolo aperto in seguito alla denuncia del capo di gabinetto di palazzo Chigi Gaetano Caputi contro quattro giornalisti di Domani. Il Dis, sul punto, ha depositato un esposto alla procura di Perugia. Lo Voi al Copasir ha difeso il suo operato dicendo che il deposito degli atti è avvenuto seguendo quanto prescritto dalla legge a tutela del diritto di difesa. Il procuratore si è anche detto amareggiato per i vari attacchi mediatici subiti nelle ultime settimane. Una campagna cominciata dopo che aveva iscritto nel registro degli indagati la premier Meloni, Mantovano, Nordio e Piantedosi per la loro gestione della vicenda Elmasry. Un fascicolo nato in seguito all’esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti e ora tra le mani del tribunale dei ministri, che deve decidere se dar seguito all’indagine o disporne l’archiviazione.

* Fonte/autore: Mario Di Vito, il manifesto

 

 

Image by Darwin Laganzon from Pixabay



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