Vendette nella “nuova Siria”: giustiziati dieci alauiti ad Hama
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Medio Oriente. Ong e abitanti denunciano arresti ed esecuzioni. Andranno avanti 2-3 anni, dice il neo presidente. Protesta dei partiti comunisti dopo l’ordine di scioglimento deciso da Damasco
L’ultimo episodio di violenza settaria nella «nuova Siria» si è verificato venerdì nella località alauita di Arza, nord-ovest di Hama. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, uomini armati hanno ucciso dieci abitanti. Gruppi per i diritti umani e abitanti denunciano esecuzioni, arresti arbitrari, torture, saccheggi, umiliazioni soprattutto nella provincia di Homs e lungo la costa.
Pochi giorni fa, nel villaggio alauita di Fahel nei pressi di Homs, le vittime sarebbero state sedici, altre sette persone sono scomparse, le case sono state saccheggiate. Nella stessa giornata è stato attaccato Maryamin, abitato da alauiti e dalla comunità religiosa dei Murshidi: gli uomini sono stati costretti a umiliazioni pubbliche e pestaggi e inermi, quattro i morti.
LA GIUSTIFICAZIONE delle autorità (come il governatore di Homs) è che «si tratta di gruppi criminali che si fingono agenti» impegnati in operazioni per individuare persone ricercate e armi. Si promettono punizioni. Ma, nella migliore delle ipotesi, il Dipartimento delle operazioni militari chiude un occhio.
Del resto, secondo una fonte citata dal sito libanese The Cradle, il neo-presidente siriano Ahmed al-Sharaa avrebbe parlato di legittime vendette, di atti «normali» che andranno avanti per due o tre anni.
Sul fronte politico, lo scioglimento – decretato dal governo de facto – dei partiti politici, senza possibilità di ricostituzione con nuovi nomi, ha suscitato le proteste del Partito comunista siriano e del Partito comunista siriano unificato, che facevano parte del Fronte nazionale progressista. Molto duro il primo, forse facilitato dal fatto che i suoi membri sono ormai quasi tutti all’estero: sottolinea che l’abolizione della Costituzione del 2012 e lo scioglimento del Parlamento e dei partiti sono avvenuti dopo che il «governo dittatoriale sotto mandato turco» aveva tenuto «incontri con rappresentanti di paesi imperialisti e dei regimi arabi reazionari».
DENUNCIANDO «l’oscura cricca arrivata al potere che ha licenziato decine di migliaia di lavoratori pubblici e discrimina i cittadini sulla base dell’appartenenza e delle convinzioni» e le violazioni dei diritti umani in corso, il comunicato spiega che il partito, centenario, non si assoggetterà e continuerà la lotta «in difesa delle masse popolari e per l’indipendenza della patria», cercando alleanze con altre forze.
Meno battagliero il Partito comunista unificato, che invita a «ritirare una decisione che non contribuisce all’unità dei siriani». La nota ricorda che nel 2011 il partito «fu favorevole a soddisfare le richieste popolari, politiche economiche e sociali», chiedendo una soluzione politica e pacifica. Ma quando in Siria si passò alle armi, ha precisato l’Unione della gioventù democratica siriana, branca giovanile del partito, i comunisti avevano chiesto ai siriani di «proteggere il paese dalla guerra civile, dall’intervento straniero e dalla partizione colonialista».
* Fonte/autore: Marinella Correggia, il manifesto
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