La guerra europea cambia nome e fissa una data: «Prontezza 2030»

La guerra europea cambia nome e fissa una data: «Prontezza 2030»

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Non più «ReArm Europe»: von der Leyen spinta dai problemi politici sul debito fa il «rebranding». Ma Meloni resta in trappola

Dall’annuncio di un «Riarmo dell’Europa» all’esilarante, ma non meno minaccioso, piano sulla «Prontezza 2030». Con questa espressione presa dal titolo del «Libro bianco Ue sulla difesa» (Il Manifesto, 20 marzo), e ispirata probabilmente a un manualetto di strategia militare in cui non mancheranno idiozie sulla «proattività», la Commissione Europea ieri ha inteso dire di «Essere pronta alla guerra entro il 2030». Data entro la quale si presume che la Russia di Putin agirà contro qualche Stato membro.

AL TERMINE di quindici giorni politicamente disastrosi, e dopo un nuovo passaggio a vuoto del Consiglio europeo con i capi di governo dei 27 paesi dell’Unione Europea, ieri mattina la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha ufficializzato il rebranding del «ReArm Europe» deciso con i governi degli stati membri. «Abbiamo iniziato in modo relativamente ristretto – ha detto – ma ora il concetto [di riarmo, ndr.] è cresciuto, o è maturato, in Readiness 2030 [cioè «Prontezza», ndr.]. L’ambito è più ampio, non c’è solo il finanziamento alle armi. Ci sono infrastrutture, mobilità militare, missili, droni, artiglieria e guerra elettronica moderna».

VON DER LEYEN ha accolto i lamentosi richiami del governo italiano, e non solo, che ha ottenuto la «mutazione semantica» chiesta da Giorgia Meloni prima che lanciasse l’amo-Ventotene che ha fatto sparire il vero problema del governo: aumentare il debito pubblico, spremere i cittadini e costruire cannoni. Lo si vedrà presto. Entro il 10 aprile Meloni e Giorgetti devono presentare alle Camere il nuovo Documento di economia e finanza, ora chiamato «Piano strutturale». Di solito è un testo pieno di cose farlocche. La domanda è: dove il governo prenderà i soldi per rispondere al ricatto di Trump sulla spesa militare della Nato tra il 2 e il 5% del Pil? E come li darà alla «Prontezza 2030» ?

WAR-WASHING: l’operazione non è ancora terminata. A testimonianza delle idee confuse che ci sono a Bruxelles ieri è intervenuto uno dei portavoce di von der Leyen che ha sostenuto di preferire un altro acronimo: «Safe», che significa «Security Action for Europe». «Il nome ReArm Eu può scatenare alcune sensibilità in alcuni stati membri e rende più difficile trasmettere il messaggio ai cittadini» ha detto. Va ricordato che «Safe» è una delle due gambe del piano di riarmo Ue. Sono i 150 miliardi in prestiti che l’Ue darà agli Stati per pagare i militari. E che i governi non intendono usare, come del resto i 650 miliardi di euro in debito pubblico in quattro anni.

IL PROBLEMA non è di comunicazione. C’è un cambio di paradigma in atto: da securitaria l’idea della difesa si fa militarista e coinvolgerà tanto il civile quanto le divise nell’«Europa Fortezza». Il problema è soprattutto politico e spinge molti governi a fare resistenza passiva contro la Commissione Ue e il suo principale azionista: la Germania del prossimo Cancelliere Merz, il collega del Partito Popolare Ue di von der Leyen. Quello in atto è un cortocircuito tra le regole dell’austerità che impediscono di fare debito pubblico (a cominciare dall’Italia) e l’esigenza di premiare le lobby militari con 800 miliardi, più teorici che reali, mentre si taglia il Welfare, la sanità è a pezzi, i salari sono bassi.

DUE ELEMENTI strutturali vanno considerati. Il primo è che la Germania – ieri le sue classi dominanti hanno festeggiato l’approvazione definitiva della modifica costituzionale sul bilancio da parte del Bundesrat – intende riavviare una competizione iniqua e squilibrata liberandosi dal «freno del debito» e imponendolo agli altri. Un classico dell’Europa austeritaria dal Trattato di Maastricht nel 1992. Il secondo elemento è la trappola del debito pubblico segnalata l’altro ieri nel rapporto Ocse sul debito mondiale: da un lato, ovunque aumenta il debito pubblico (100 mila miliardi di dollari), dall’altro lato aumentano gli interessi. Le emissioni di bond pubblici e privati valgono più del Pil di Germania e Giappone. Nella fatale contraddizione si dimena anche il «riarmo» dell’Ue. Meloni si trova in questa trappola. Gli effetti li pagheranno gli italiani, e non solo.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli , il manifesto



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