Orrore nella scuola di Gaza City, bruciati vivi dal raid israeliano

Orrore nella scuola di Gaza City, bruciati vivi dal raid israeliano

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Trentasei uccisi, diciotto erano bambini: carbonizzati. Si dimette il capo della fondazione Usa: il piano di aiuti non rispetta i diritti umani. Ma la Ghf va avanti. Confusione sul negoziato: Hamas accetta la proposta di Witkoff, lui smentisce

L’orrore ha i contorni di una bambina che fugge dalle fiamme che divorano la scuola Fahmi Al-Jirjawi di Gaza City. Una scuola con decine e decine di sfollati, trasformata in rifugio dagli ordini di evacuazione e i raid israeliani. Le brande posizionate ovunque, anche nei corridoi, dovevano essere piene di persone che dormivano. L’esercito israeliano sapeva perfettamente chi ci fosse lì dentro, tutti quei bambini. Ma ha scelto comunque di bombardare all’una di notte.

È STATO un massacro orribile. L’attacco ha causato un incendio che è divampato negli atri, nelle stanze. C’è chi ha provato a spegnere il fuoco con un secchio. Un filmato mostra un soccorritore che tenta di fermare un collega mentre si dirige dritto verso le fiamme trascinando la manichetta. Attende l’acqua, grida, fa segno che c’è qualcuno nel fuoco, urla ancora ai colleghi, con tutta l’aria che ha in corpo.

I resti dei bambini carbonizzati non sono come quelli tirati fuori senza vita dalle macerie. Gli arti non ciondolano, il corpo è indurito, rigido, assume forme innaturali e diventa irriconoscibile. Uno degli incubi più diffusi tra le persone comuni è diventato un consueto strumento di morte a Gaza. Almeno 36 persone sono state uccise nel bombardamento, di cui circa 18 bambini.

Le dichiarazioni dell’esercito si ripetono sempre uguali: la scuola era un «centro militare di Hamas», «sono state prese misure per mitigare il rischio di danneggiare i civili», «Hamas usa i civili come scudi umani».

ACCUSE SENZA prove che anche se fossero vere non potrebbero mai giustificare le orribili stragi operate da Tel Aviv. Persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato ieri che tutto questo «non può più essere giustificato come una lotta contro il terrorismo di Hamas». Non si giustifica più, dunque. Ma nemmeno si contrasta. In una lettera pubblicata dal quotidiano inglese The Guardian, un gruppo di funzionari delle istituzioni dell’Unione europea ha denunciato che l’Ue ha intrapreso poche o «nessuna azione significativa» per fermare gli eccidi israeliani.

Il gruppo fa notare anche che è stato proprio il clima di impunità a cui l’Europa ha contribuito a portarci esattamente dove siamo ora: all’operazione finale, il progetto di genocidio, l’occupazione e la pulizia etnica che Tel Aviv ha soprannominato «Carri di Gedeone».

L’esercito stima che entro due mesi il 75% di Gaza verrà occupato e che due milioni di palestinesi saranno schiacciati in tre piccole aree tra Gaza City e al-Mawasi. I calcoli militari prevedono che, in questo scenario, Hamas possa giungere al collasso e sentirsi costretta ad accettare qualsiasi condizione. Che, da quanto dichiarato da Netanyahu, non sarà mai meno dello sfollamento totale della popolazione (il «piano Trump»).

Ma anche un bambino noterebbe le lacune della teoria bellica di Tel Aviv. Se Hamas non dichiarasse resa totale? Quale destino attenderà gli ostaggi? Quali paesi accetteranno di assecondare la pulizia etnica prendendo dentro i propri confini i palestinesi? Sempre il cancelliere tedesco Mertz ha ammesso di non capire quello che l’esercito sta facendo a Gaza. E anche i presupposti si contraddicono.

Da un lato Israele giustifica gli stermini con azioni militari vittoriose nei confronti del movimento islamico. Ogni giorno i resoconti parlano di tunnel piombati, piattaforme di lancio razzi distrutte, leader assassinati. Dall’altro lato, per difendere la necessità dell’ultima operazione militare e l’occupazione di Gaza, l’esercito fa sapere che secondo le sue stime Hamas avrebbe a disposizione ancora 40mila combattenti, che è più o meno lo stesso numero che Tel Aviv valutava prima del 7 ottobre 2023.

CON UNA MOSSA che ha sorpreso un po’ tutti, ieri Jake Wood ha rassegnato le proprie dimissioni dalla Ghf. Il ceo della fondazione israelo-statunitense che avrebbe dovuto iniziare in questi giorni a distribuire cibo a Gaza, si è accorto di quello che l’Onu ripeteva da tempo: il piano israeliano di controllo aiuti non rispetta i diritti umani e non è neutrale. Probabile che si sia reso conto che tutto il torbido che sta venendo fuori in questi giorni possa finire per trascinare a fondo anche la sua organizzazione, sana e milionaria.

Il consiglio di amministrazione di Ghf ha dichiarato che «non si tirerà indietro» e che la consegna degli aiuti sarebbe iniziata in ogni caso ieri. L’unica cosa che sembra chiara è la confusione che alberga nelle stesse «creature» israeliane: dopo molte ore, uno scarno comunicato rendeva noto che la distribuzione è ritardata «per motivi logistici».

Confusione che avvolge anche i negoziati per il cessate il fuoco. Prima Israele avrebbe rifiutato una proposta palestinese. Poi, fonti di Hamas hanno fatto sapere ad Al Jazeera di aver accettato un accordo proposto dall’inviato statunitense Steve Witkoff. Israele ha immediatamente chiarito di non essere a conoscenza di un’intesa del genere e fonti statunitensi hanno espresso in sintesi la stessa posizione. Tuttavia, in serata il premier Netanyahu ha dichiarato con ottimismo che spera «che avremo notizie sugli ostaggi oggi o domani».

* Fonte/autore: Eliana Riva, il manifesto



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