Quel filo rosso tra pacifismo e dissenso che unisce le piazze
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Pensavate che la stretta riguardasse solo giovani infervorati, attivisti appassionati e militanti accaniti? Invece i primi a farne le spese sono gli operai, già denunciati dalla polizia
Non avendo ancora imparato a volare, i metalmeccanici che nel giorno dello sciopero per il contratto manifestavano a Bologna, fatalmente hanno ostruito «con il proprio corpo» (altri non ne avevano) la «libera circolazione su strade ordinarie». Succede da diversi secoli, a questo in fondo servono i cortei di protesta; succede da prima che in Italia fosse reato il blocco stradale e ferroviario e cioè dal 1948. Punito allora in maniera più mite da come lo è oggi dal governo Meloni e dalla creatura che meglio lo rappresenta, il decreto «sicurezza». Prima si rischiava un multa (male anche quello) adesso due anni di carcere. Pensavate che la stretta riguardasse solo giovani infervorati, attivisti appassionati e militanti accaniti? Invece i primi a farne le spese sono gli operai, già denunciati dalla polizia.
Così tra chi vorrebbe lavorare con un contratto aggiornato e chi preferisce continuare a pagare gli stipendi di quattro anni fa, i fuorilegge sono i primi. E la destra naturalmente schiera se stessa e i tutori dell’ordine a difesa degli interessi padronali, anche qui siamo sul classico. Ma tanto basta per comprendere quanto alta sia diventata la posta in gioco di ogni manifestazione di dissenso, al tempo dell’autoritarismo. Non si tratta solo delle ragioni, pur così evidenti, dei lavoratori, si tratta ormai dei diritti di tutti.
Qualche ostacolo alla «libera circolazione» e qualche resistenza passiva è prevedibile anche oggi, che finalmente è il giorno della manifestazione nazionale contro il riarmo e per Gaza. C’è un filo nero molto spesso ed evidente che unisce la copertura che viene offerta a Israele nella sua quotidiana carneficina a Gaza e più recente aggressione all’Iran, la riduzione in brandelli del diritto internazionale, la strada senza uscita del riarmo imboccata con decisione e l’esigenza di reprimere il dissenso interno. C’è anche una conseguenza molto prevedibile dei tagli allo stato sociale per le enormi spese di riarmo, in Italia come in altri paesi europei.
Ed è un’ulteriore impoverimento, una spinta verso la marginalità di strati più larghi delle popolazioni. Destre sempre più estreme, razziste e guerrafondaie si preparano a incassarne i dividendi di consenso elettorale. Il precipizio è davanti ai nostri occhi.
L’ex presidente degli Stati uniti George W. Bush disse una volta che non sarebbero stati i pacifisti a fermare la guerra. Lo disse al tempo in cui il movimento per la pace era enormemente più forte di oggi, per il New York Times addirittura una «superpotenza». Le guerre in effetti continuarono. Per arrivare però dove quei pacifisti prevedevano, cioè a nient’altro che ad altre dittature, fame, fanatismo, migrazioni forzate, oppressioni. Il tutto al prezzo di devastazioni e centinaia di migliaia di morti.
Vent’anni e più dopo l’Afghanistan e l’Iraq, la vecchia idea di esportare con le armi la democrazia è tornata di moda. In Iran con lo schema già visto delle armi di distruzione di massa da disinnescare e di un regime da cambiare. Nel frattempo però la democrazia è diventata merce assai più scarsa proprio nel nostro Occidente che dovrebbe esportarla. L’Europa in armi si fa caserma e il nostro paese è tra le baracche più rigide e «sicure». Rimettere insieme i pezzi del pacifismo e del dissenso è tanto più urgente.
* Fonte/autore: Andrea Fabozzi, il manifesto
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