Il vero costo della fine di UsAid voluta da Trump: 14 milioni di morti entro il 2030
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Il rapporto di The Lancet, nel contesto della crisi globale del sistema di assistenza umanitaria
Secondo un rapporto pubblicato a fine giugno da The Lancet, i tagli all’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) da parte degli Stati uniti potrebbero causare oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030. La decisione americana ha innescato una crisi globale del sistema umanitario, con una riduzione stimata in oltre 31 miliardi di dollari nel 2025, dovuta anche al disimpegno di altri donatori. Questo ha reso evidente la vulnerabilità strutturale dell’aiuto internazionale, rivelando una fragilità collettiva profonda.
ALL’INIZIO DEL 2025, l’amministrazione Trump ha annunciato un congelamento di 90 giorni su tutti i programmi di aiuto estero, eccetto quelli per assistenza alimentare d’emergenza e aiuti militari. Il blocco ha riguardato oltre 40 miliardi di dollari destinati a progetti dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (UsAid), attore dominante per volume e influenza nel settore dello sviluppo. Al termine dei 90 giorni, il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato la cancellazione dell’83% dei programmi. Il primo luglio 2025, dopo oltre sessant’anni di attività, UsAid ha cessato definitivamente di esistere e le iniziative sopravvissute – meno di un quinto del portafoglio – sono state assorbite dal Dipartimento di Stato.
Se il taglio americano rappresenta la contrazione più significativa – nel 2023 gli Usa avevano contribuito al 43% delle donazioni governative al sistema umanitario globale – tendenze simili si registrano anche tra altri storici donatori. Nel 2024, i 17 principali donatori del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse hanno erogato 198 miliardi di dollari, con un calo del 7% rispetto all’anno precedente. Per il 2025 si prevede un ulteriore calo di 31 miliardi.
NEL 2024, GLI USA avevano investito quasi 10 miliardi nell’assistenza umanitaria e altrettanti nella salute, con l’Africa subsahariana come principale destinataria. Secondo lo studio di The Lancet, Evaluating the Impact of Two Decades of UsAid Interventions and Projecting the Effects of Defunding on Mortality up to 2030, negli ultimi venti anni gli interventi UsAid hanno evitato oltre 91 milioni di morti, inclusi 30 milioni di bambini, contribuendo a ridurre le morti da Hiv/Aids del 65%, da malaria del 51% e da malattie tropicali trascurate del 50%. I tagli potrebbero ora causare una riduzione dell’88% degli aiuti per la salute materna e infantile, dell’87% per la sorveglianza epidemiologica e del 94% per la pianificazione familiare. Se i fondi non verranno ripristinati, si stimano oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030, di cui 4,5 milioni tra bambini sotto i 5 anni.
L’IMPATTO dei tagli ha generato un danno strutturale che va ben oltre la sospensione di singoli programmi. Il sistema umanitario si fonda su un’operatività continua, resa possibile dall’interconnessione tra attori e settori a livello globale e locale. È questa rete a garantire tempestività, adattabilità e capacità di risposta. Interruzioni prolungate paralizzano le catene di approvvigionamento di medicinali e alimenti, determinano il licenziamento di personale qualificato e compromettono l’efficacia degli interventi.
SE I TAGLI ALL’APS hanno colpito programmi essenziali, come l’assistenza alimentare nelle aree di crisi — secondo il Wfp, nel 2025 è prevista una riduzione o sospensione degli aiuti in 28 delle operazioni più critiche —, il danno più profondo riguarda lo smantellamento delle reti territoriali. Molte organizzazioni non governative si sono viste costrette a interrompere i programmi e a licenziare il personale locale, con effetti duraturi sulla capacità operativa. Non si tratta dunque soltanto di una contrazione finanziaria, ma della disgregazione di un’infrastruttura operativa – logistica, reti di distribuzione, partenariati – che consente di raggiungere ogni giorno le comunità più isolate. Anche qualora i tagli venissero revocati e i fondi reintegrati, sarebbero necessari mesi per ristabilire condizioni operative adeguate. Nel frattempo, l’assenza di interventi in ambiti cruciali rischiano di avere conseguenze irreversibili, con un aumento evitabile della mortalità.
I TAGLI ALL’AIUTO pubblico allo sviluppo vanno letti alla luce della congiuntura storica attuale, segnata dalla moltiplicazione dei conflitti, dal riarmo delle grandi potenze e dal progressivo indebolimento dell’ordine multilaterale. In questo scenario, la questione umanitaria non può più essere considerata un ambito separato, ma deve essere compresa come parte integrante delle dinamiche politiche e strategiche che oggi ridefiniscono le relazioni internazionali. Ripristinare e rimodellare il sistema degli aiuti non significa soltanto reintegrare risorse finanziarie, ma ripensare l’intera infrastruttura che traduce gli impegni economici in sostegno concreto. L’obiettivo non può essere un ritorno alla normalità, ma la costruzione di un sistema resiliente, in grado di garantire continuità operativa al di là delle decisioni unilaterali dei singoli attori.
* Fonte/autore: Lorenzo Mae, il manifesto
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