Impunità. Crimini di guerra a Gaza, denunciato lo Stato del Belgio
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Fermo di due soldati dell’IDF a Anversa, poi l’accusa di inazione per genocidio
Il Belgio va denunciato per «inazione» di fronte al «genocidio e ai crimini commessi da Israele». L’idea di portare di fronte a un tribunale di primo grado il paese che ospita le istituzioni europee arriva da «Droit pour Gaza», collettivo composto di giuristi, avvocati e accademici, insieme ad ong di vittime palestinesi e organizzazioni pacifiste.
Solo due giorni fa proprio in Belgio era andato in scena il fermo di due cittadini israeliani in vacanza nella città di Anversa, un civile e un militare. L’arresto era avvenuto in seguito alla segnalazione nei loro confronti della Fondazione Hind Rajab, con l’accusa di essersi resi «responsabili di gravi crimini internazionali, tra cui crimini di guerra e genocidio». L’ episodio, confermato ieri dal ministero degli esteri di Tel Aviv, e l’iniziativa delle ong belghe non sono connesse. Ma in entrambe si tratta di una prima volta in Europa, e forse di un apripista.
Quanto alla denuncia di Droit pour Gaza contro lo stato belga, il collettivo cita come motivazione il pronunciamento della Corte internazionale di Giustizia per la prevenzione del crimine di genocidio, di cui il Belgio e tutti i paesi Ue sono firmatari. Da qui l’obbligo giuridico per Bruxelles di fare il possibile per prevenire tali crimini e per non incoraggiare o tollerare le violazioni sistematiche del diritto internazionale da parte dello stato ebraico. «Il Belgio è vincolato dal diritto internazionale, non si tratta di un’opzione», scandisce con il manifesto Anne-Laure Losseau, giurista del collettivo Droit pour Gaza.
La citazione in tribunale segue una serie di richieste formulate dalle ong belghe già due settimane fa, che però non hanno ottenuto da Bruxelles alcuna risposta. Nell’elenco figurano lo stop all’export di armi verso Tel Aviv, il blocco degli scambi commerciali con i territori sotto occupazione israeliana e la «denuncia» da parte del Belgio dell’accordo Ue-Israele. Lo stesso accordo è oggetto da settimane di una procedura di revisione, a causa delle violazioni dei diritti umani da parte di Netanyahu, che tuttavia non ha portato alla sospensione del partenariato. Lo stop al partenariato richiede infatti il voto all’unanimità degli stati in Consiglio Ue, impossibile da raggiungere data la contrarietà, tra gli altri, di Germania, Ungheria e anche Italia. Neanche sull’ipotesi di stop parziale e settoriale si è raggiunta alcuna intesa, benché in Consiglio esteri si fosse tentata la strada del voto a maggioranza e non più all’unanimità
Ora, in punta di diritto, quello che viene richiesto al governo belga dagli attivisti di Droit pour Gaza non è solo di esercitare pressione a livello di Consiglio Ue. «Un’opzione è il ritiro dello stato dall’accordo», ci spiega ancora Losseau insieme a Damien Scalia, giurista dell’Università Ulb di Bruxelles. La possibilità deriva dalla natura mista del trattato, concluso a livello Ue ma firmato anche dai singoli stati membri. Per questo, ognuno dei 27 paesi Ue potrebbe far valere la clausola ostativa delle violazioni dei diritti umani di cui è responsabile del governo Netanyahu e di conseguenza uscire unilateralmente dal partenariato. «Un atto del genere potrebbe bloccare tutto», aggiunge Scalia, che si augura poi che l’azione del collettivo riesca a «creare un effetto valanga» e coinvolgere altri paesi europei. «Diverse ong in tutta Europa si stanno interessando e vorrebbero seguire l’esempio», ci confida.
Aumenta nel frattempo la pressione internazionale su Israele. Martedì, 25 paesi europei (inclusa l’Italia) e non europei, hanno firmato una dichiarazione congiunta. Vi si chiede il cessate il fuoco «immediato e permanente» per permettere alla popolazione palestinese di ricevere cure ed assistenza. «L’uccisione di civili in cerca di aiuti a Gaza è indifendibile», ha ammonito ieri la responsabile per la politica estera Ue Kaja Kallas. «I civili non possono essere mai bersagli», le fa eco la presidente von der Leyen. Se poi Israele «non rispetta le sue promesse», allora «tutte le opzioni restano sul tavolo», promette la prima diplomatica di Bruxelles. Fino ad ora, però, soltanto parole.
* Fonte/autore: Andrea Valdambrini, il manifesto
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