La «nuova» Siria: laboratorio della spartizione tra Israele, Turchia e Usa

La «nuova» Siria: laboratorio della spartizione tra Israele, Turchia e Usa

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Il nuovo regime siriano, incarnato dall’autoproclamato presidente Ahmad Sharaa e sostenuto da Turchia, Stati Uniti e paesi arabi del Golfo, negozia più col bastone che con la carota

Dopo gli alawiti massacrati a marzo, i drusi ridimensionati tra maggio e luglio. I curdi sono avvertiti. Il nuovo regime siriano, incarnato dall’autoproclamato presidente Ahmad Sharaa e sostenuto da Turchia, Stati Uniti e paesi arabi del Golfo, negozia più col bastone che con la carota. Dopo otto mesi dal cambio di governo, la sua reale visione politica appare ben lontana dalla retorica di una “nuova Siria” per “tutti i siriani”. E sembra dare spazio, invece, alla spinta umorale di quel sunnismo rurale più vendicativo, accecato dall’urgenza di prendersi l’urbe.

E da lì comandare su tutto il paese dopo esser stato a lungo sottomesso e violentato, spinto a rimanere ai margini delle dinamiche di potere. Dopo quattro giorni di sanguinosi combattimenti, dopo centinaia di uccisi tra militari governativi, miliziani ausiliari beduini, loro rivali miliziani drusi, civili tra cui alcune donne e bambini, e dopo una serie di raid aerei israeliani su Damasco e le regioni meridionali di Suwayda e Daraa, il governo di Sharaa e le élite druse hanno negoziato un accordo dalle fondamenta fragili: le istituzioni centrali torneranno in forze a Suwayda, diventando dominanti nella lucrosa gestione delle risorse e dei servizi; in cambio, la polizia locale sarà gestita dalle forze druse. Rispetto al recente passato, i drusi perdono buona parte del loro potere locale e Damasco invece torna dominante in una delle periferie più strategiche. In questo senso, l’intervento militare israeliano non ha realmente protetto i drusi di Suwayda. Ma può aver costretto, almeno in parte, gli uomini di Sharaa a contenere la violenza confessionale. E a spingere Damasco a lasciare alle élite druse il ruolo di gestire la sicurezza nel territorio provinciale.

L’OBIETTIVO di Israele è quello di mantenersi dominante in tutto il quadrante meridionale siriano. Questo – inclusa la regione di Suwayda – ricopre una funzione strategica cruciale, perché costituisce il primo tratto di quel corridoio che dal Mediterraneo attraversa la steppa siriana e la Mesopotamia irachena fino giungere all’Altopiano iranico. Questo passaggio, per anni noto come corridoio iraniano perché permetteva all’Iran di puntare il mirino sul fianco nord-orientale di Israele, consente ora allo stesso Stato ebraico di minacciare direttamente il potere di Teheran. Come già successo nelle scorse settimane.

Negli ultimi mesi, l’azione di Israele è stata sistematicamente coerente con la necessità di rimanere il dominus incontrastato dell’area: annientando ogni forma di difesa aerea missilistica di quel che fu l’esercito regolare di Damasco; prendendo possesso di una serie di territori chiave a est del Golan occupato, dalla vetta del monte Hermon, che domina tutta la piana di Damasco e dal quale si può facilmente controllare il palazzo presidenziale siriano, fino alla verdeggiante valle del fiume Yarmuk, al confine con la Giordania.

L’ESERCITO ISRAELIANO ha in questi mesi dispiegato anche le ali del soft power, offrendo ai drusi del villaggio di Hader, sul Golan siriano, aiuti alimentari e servizi medici. Questi stessi drusi di Hader hanno tentato, mercoledì scorso, al culmine dell’escalation militare a Damasco e Suwayda, di varcare i confini verso Israele. Ma sono stati respinti dagli stessi militari israeliani. Proteggere i drusi siriani sì. Ma a casa loro.

LA RETORICA della protezione dei drusi non è però solo un vuoto esercizio di retorica. Ha invece una duplice funzione. Primo: rivestire l’azione politico-militare con una motivazione moralmente accettabile, soprattutto per l’influente lobby drusa israeliana, sostenitrice dell’attuale esecutivo Netanyahu e che, in quanto arabofona e storicamente legata al territorio siro-libanese, nel contesto post-7 ottobre ha visto aumentare il suo peso nelle operazioni militari nel sud del Libano e nel sud-ovest siriano.

Secondo: mantenere la Siria divisa e frammentata su base comunitaria. E questo in linea con le linee guida del progetto coloniale sionista, fondato sul principio di incoraggiare in tutta la regione alleanze tra gruppi considerati minoritari (ebrei, drusi, alawiti, curdi, circassi) ed evitare la formazione, dentro e attorno ai confini dello Stato ebraico, di entità politiche multiconfessionali coese e forti, capaci di offrire un modello di governo inclusivo al di là delle appartenenze comunitarie.

DI QUESTA DOTTRINA, il Libano è stato il laboratorio del tardo Novecento. La Siria è il laboratorio di questo inizio di nuovo millennio. Il Libano, che ha già vissuto 15 anni di guerra civile (1975-90), è da allora rimasto un patchwork di cantoni confessionali. La Siria, dove la guerra civile è in corso da 14 anni, deve dunque rimanere un puzzle impossibile da ricomporre.

Il fatto che mercoledì l’aviazione israeliana sia intervenuta in maniera così spettacolare e clamorosa con raid sui centri del potere militare nel cuore di Damasco serve a questa strategia: dividere i drusi dal resto della società siriana, specialmente dalla società sunnita più conservatrice che ora sostiene a braccia aperte il nuovo potere islamista.

Per questa parte di siriani, i drusi sono, ora più che mai, dei “mercenari dei sionisti”, dei “venduti” che espongono lo “Stato siriano” e la sua capitale Damasco – con la sua “Spada degli Omayyadi”, diventata il simbolo del sunnismo post-asadiano – agli attacchi israeliani.

LO STESSO GOVERNO di Sharaa ha utilizzato la carta del divide et impera per far scattare, domenica scorsa, gli scontri tra beduini sunniti e drusi. La faglia di questo conflitto socio-economico, politico e comunitario è antica almeno di duecento anni.

Il nuovo potere di Damasco non ha inventato nulla. Ma ha solo applicato alla lettera quello che ha imparato a scuola, per generazioni: prima l’imperialismo ottomano, poi il colonialismo francese, quindi il nasserismo egiziano, poi il baathismo e infine l’asadismo hanno, a turno, rimestato nel torbido delle rivalità tra pianura e altura, tra pastorizia e agricoltura, tra nomadi e sedentari, tra sunniti e drusi. E ora, passata almeno il momento l’ondata di violenza anti-drusa, centinaia di famiglie di beduini sunniti fuggono da Suwayda per paura di rappresaglie. In questo circolo vizioso, i curdo-siriani del nord-est hanno ora un motivo in più per non fidarsi di Damasco e tenere strette le loro armi. In attesa di capire come procederà la spartizione della “nuova Siria” da parte di Israele, Turchia e Stati Uniti.

* Fonte/autore: Lorenzo Trombetta, il manifesto



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