Siria. A Suwaida una catastrofe umanitaria
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A partire da domenica scorsa, almeno 600 persone hanno perso la vita nella provincia meridionale a maggioranza drusa, molti dei quali civili. E 300 mila persone stanno soffrendo la fame
Da sei giorni la provincia di Suwayda è teatro di una catastrofe umanitaria senza precedenti. Isolata e sotto assedio, priva di acqua, elettricità e comunicazioni, la popolazione drusa si trova abbandonata, mentre resta vittima di una feroce offensiva condotta da gruppi armati provenienti da varie province siriane, in gran parte con la complicità attiva o il silenzio del cosiddetto «governo di transizione». Oltre 300 mila persone stanno soffrendo la fame e la sete come denuncia il patriarcato ortodosso locale in un appello circolato sui social.
Secondo alcune testimonianze dirette, le forze di sicurezza governative, stanno impedendo l’ingresso di aiuti umanitari tenendo le arterie stradali chiuse, mentre tuttavia hanno agevolato l’arrivo di centinaia di uomini armati che negli scorsi giorni hanno attaccato villaggi uno dopo l’altro, saccheggiato e bruciato case, e massacrato civili – donne e bambini compresi – nelle loro abitazioni.
«Non possiamo ignorare i massacri brutali di cui è stata vittima la nostra regione con l’ingresso di gruppi terroristici estremisti sotto il nome di governo di transizione» ha denunciato il Consiglio Militare di Suwayda. E continuano: «Lo dichiariamo con chiarezza: non permetteremo che questi crimini si ripetano e non accetteremo la presenza di forze estremiste sul territorio di Suwayda». La popolazione, abbandonata dalle istituzioni e isolata dal mondo, resiste con mezzi limitati ma con determinazione incrollabile. Centinaia di combattenti locali stanno difendendo villaggi e città in una disperata autodifesa che, in più occasioni, ha impedito l’ingresso delle milizie beduine islamiste, con scopo punitivo, nel centro urbano di Suwayda ancora nella notte tra il 17 e il 18 luglio.
Nel frattempo, il silenzio dei media e della comunità internazionale rende ancor più tragica la situazione. In città, l’Ospedale Nazionale di Suwayda è stato trasformato in una fossa comune, con centinaia di cadaveri ammucchiati, tra cui bambini uccisi nei loro letti. I sopravvissuti si stanno rifugiando nelle zone rurali al confine sud est. Maya, attivista locale, lancia un appello:
«Chiediamo aiuto per dare voce alla nostra comunità. Abbiamo urgente bisogno di medicinali, cibo, acqua potabile e soprattutto protezione internazionale. La nostra gente sta morendo, e il mondo guarda altrove». Anche la comunità spirituale drusa si è rivolta alla comunità internazionale chiedendo: «Un immediato cessate il fuoco, l’apertura di corridoi umanitari e l’invio urgente di osservatori internazionali. L’assedio deve finire»·
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha chiesto «un’indagine tempestiva, rapida e trasparente su tutte le violazioni commesse nel sud della Siria negli ultimi giorni. È essenziale assicurare alla giustizia i responsabili, proteggere i civili e fermare ogni incitamento all’odio e alla violenza». Secondo le stime più aggiornate, a partire da domenica scorsa, almeno 600 persone hanno perso la vita a Suwayda, molte delle quali civili.
Nel frattempo, l’annuncio da parte del presidente Ahmed Al-Sharaa del ritiro totale delle forze governative dalla provincia, arriva al fine di «evitare un conflitto diretto con Israele» che mercoledì ha bombardato il Ministero della Difesa a Damasco e diversi obiettivi militari nell’area di Suwayda. Tel Aviv ha dichiarato di voler «proteggere la minoranza drusa» e ha ribadito che il sud della Siria dovrà restare «smilitarizzato», in riferimento anche alla regione del Golan, storicamente contesa. Su questo punto però le parole di una attivista della società civile di Suwayda, sono particolarmente rappresentative: «Non possiamo più accettare che il governo di Al-Sharaa giochi su due tavoli: da un lato si ritira per evitare il confronto con Israele, dall’altro lascia deliberatamente la nostra provincia esposta a gruppi armati estremisti, sostenendoli in silenzio o apertamente. È lui il primo responsabile della doppia tragedia che stiamo vivendo». Queste dichiarazioni mettono a nudo l’amara verità per molti abitanti di Suwayda: sentirsi traditi dal proprio stesso governo, mentre vengono spinti tra le macerie di un conflitto geopolitico più grande di loro, nonostante la loro incrollabile speranza di una Siria unita, plurale e pacifica. Ma dopo quanto successo, molti sanno che più nulla sarà come prima.
* Fonte/autore: Giovanna Cavallo, il manifesto
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