Israele fa strage anche in Yemen e Siria, uccisi i vertici Houthi
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I raid aerei israeliani di metà settimana su Sanaa e altre località yemenite hanno avuto come obiettivo leader politici e alti ufficiali. Il primo ministro Houthi, Ahmed al Rahawi, sarebbe stato ucciso assieme ad altre persone
Si allarga la guerra su più fronti, da Gaza allo Yemen passando per la Siria, che Israele porta avanti da quasi due anni. I raid aerei israeliani di metà settimana su Sanaa e altre località yemenite hanno avuto come obiettivo leader politici e alti ufficiali di Ansarullah, il movimento sciita sostenuto dall’Iran, più noto come Houthi, che dal 2014 controlla la capitale e un’ampia porzione dello Yemen. Il quotidiano di Aden Al Ghad ha riferito che il primo ministro Houthi, Ahmed al Rahawi, è rimasto ucciso assieme ad altre persone.
IN ATTESA del nuovo round con l’Iran, dato per certo da tutti, l’offensiva israeliana su più fronti ora coinvolge in misura maggiore la Turchia. Gli ultimi attacchi aerei e di terra israeliani a Kiswah, in Siria – sei i morti – hanno preso di mira anche dispositivi di sorveglianza di Ankara con presunte finalità di spionaggio. In realtà, i raid ordinati da Benyamin Netanyahu hanno avuto lo scopo principale di limitare l’influenza turca in Siria. Forte la rabbia di Erdogan. Il presidente turco è stato lo sponsor principale dell’offensiva che nove mesi fa vide i jihadisti di Abu Mohammad al-Julani – ora Ahmad Shaara, autoproclamatosi presidente – conquistare in pochi giorni Damasco e cacciare dal paese Bashar al Assad. Ha sempre pensato di poter usare la Siria per accrescere l’influenza e il potere della Turchia nella regione. Ma non ha fatto i conti fino in fondo con gli appetiti strategici di Israele, che ha ulteriormente ampliato la porzione di territorio siriano meridionale che occupa dallo scorso dicembre, oltre alle Alture del Golan prese nel 1967. Tel Aviv ha già bombardato nei mesi scorsi gli aeroporti militari siriani di Hama e T4 (Homs) per impedire alla Turchia di dispiegare droni e sistemi antiaerei. Erdogan ha risposto sospendendo gli scambi commerciali con lo Stato ebraico e chiudendo lo spazio aereo ai velivoli israeliani.
Senza dubbio anche i combattenti Houthi risponderanno agli ultimi attacchi israeliani sull’area yemenita in cui, si dice, si stavano incontrando alti funzionari del movimento sciita. I risultati dei raid non sono chiari. La tv libanese Al Mayadeen parla di almeno dieci bombardamenti contro Sanaa mentre il leader degli Houthi, Abdul Malik, teneva un discorso. Presto o tardi emergeranno i risultati degli attacchi; intanto gli Houthi affermano che gli israeliani «non li dissuaderanno dal continuare a sostenere Gaza, a qualunque costo».
IN ISRAELE lo scontro con gli Houthi ha assunto per molti le caratteristiche di un addestramento in vista di una nuova offensiva aerea a sorpresa contro l’Iran. Lo Stato ebraico si è preparato all’attacco lanciato a giugno contro Teheran per quasi vent’anni, e Netanyahu è anche riuscito a convincere Donald Trump a bombardare le centrali atomiche iraniane. Tuttavia, a Israele non basta, perché il suo territorio è stato colpito da missili come mai era accaduto sin dalla sua fondazione nel 1948. L’Iran non è affatto domato. E non soddisfa Netanyahu il passo fatto da Ue, Francia, Germania e Gran Bretagna – firmatari dell’accordo nucleare del 2015 – di reintrodurre le sanzioni all’Iran.
Teheran è ben lungi dall’essere completamente isolata: molti paesi, tra cui Russia e Cina, vogliono acquistare petrolio dall’Iran. Intanto gli Houthi continuano a dimostrarsi un osso duro. Molti israeliani considerano i lanci occasionali dallo Yemen poco più di un fastidio. Eppure, gli Houthi stanno costringendo Israele a usare missili intercettori, la cui disponibilità è limitata. Non solo: i combattenti yemeniti hanno iniziato a lanciare missili con munizioni a grappolo. Così, più di un anno e mezzo dopo, nessuno li considera più un fenomeno marginale. E l’opinione pubblica israeliana comincia a rendersi conto della resilienza degli Houthi, in possesso di un’eccezionale capacità di sopravvivere e adattarsi.
GLI HOUTHI possiedono tre vantaggi: geografia, esperienza e mentalità. Le loro roccaforti nel nord montuoso dello Yemen, offrono protezione naturale e nascondigli per la leadership e le armi. Gli Houthi, inoltre, hanno resistito a migliaia di attacchi aerei da parte della coalizione guidata dall’Arabia saudita. I guerriglieri yemeniti sanno che i raid aerei israeliani sono estremamente costosi, perché richiedono rifornimenti in volo, droni, logistica e munizioni: milioni di dollari per ogni attacco, anche a causa dell’enorme distanza con lo Yemen. Netanyahu e i suoi comandi militari hanno messo in atto la tattica preferita da Israele: l’assassinio mirato di leader militari e politici. Ma fallirà in Yemen, anche per la struttura organizzativa degli Houthi, più decentrata, con piccole unità che operano in modo indipendente sul campo. Gli attacchi aerei causano problemi solo di breve durata e sul lungo periodo potrebbero rafforzare la motivazione degli Houthi. E i guerriglieri terranno sempre sotto tiro le nani nel Mar Rosso. La soluzione sta nella fine della guerra che Tel Aviv porta avanti. Netanyahu, però, vuole un nuovo ordine regionale, a tutti i costi.
* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto
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