Clima: il riarmo Nato devasta il clima: più 1.132 tonnellate di Co2 nei prossimi 10 anni

Clima: il riarmo Nato devasta il clima: più 1.132 tonnellate di Co2 nei prossimi 10 anni

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 Lo studio di Scientists for Global Responsibility, organizzazione britannica guidata dal fisico Stuart Parkinson. I dati relativi all’impatto del comparto militare sono segreti e gli Stati non hanno l’obbligo di riportare le emissioni del settore in sede di Nazioni Unite

La guerra inquina, il riarmo pure. Lo certifica uno studio di Scientists for Global Responsibility (Sgr), importante realtà britannica guidata dal fisico Stuart Parkinson. Tecnicamente si tratta di una revisione, ovvero un lavoro che mette assieme i risultati di altri paper sullo stesso tema – 11 in questo caso – cercando di rappresentare lo stato dell’arte della ricerca. Secondo il team di Parkinson, l’aumento della spesa militare previsto dai paesi Nato porterà a emettere 1.132 milioni di tonnellate di Co2 equivalente in atmosfera nei prossimi dieci anni. Per dare un’idea dell’entità, parliamo delle stesse emissioni del Brasile, la quinta nazione al mondo per produzione di gas climalteranti.

Lo studio mette le mani avanti: su queste stime c’è molta incertezza, anche perché i dati relativi all’impatto del comparto militare sono segreti e gli Stati non hanno l’obbligo di riportare le emissioni del settore in sede di Nazioni Unite. L’ultimo calcolo disponibile, pubblicato nel 2019, parlava di un 5,5% delle emissioni globali imputabili a eserciti e industria delle armi. Più dell’aviazione e del commercio navale sommati, e questo prima dell’invasione russa dell’Ucraina e della corsa al riarmo. Sempre secondo Sgr, già l’aumento della spesa militare dei soli paesi Nato tra il 2019 e il 2024 ha portato a 64 milioni di tonnellate di Co2 equivalente in più in atmosfera: quanto quelle di un paese come il Bahrain. Queste stime, precisa lo studio, non includono i combattimenti, ma solo le attività standard in tempo di pace.

Sul rapporto tra crisi eco-climatica e settore militare-industriale si indaga da tempo. A giugno uno studio del Social Science Research Network stimava che il genocidio a Gaza produrrà – tra distruzione e ricostruzione della Striscia – almeno 31 milioni di tonnellate di Co2eq. In febbraio un’altra ricerca, questa volta portata avanti da alcune realtà della società civile, suggeriva la cifra monstre di 200 milioni di tonnellate di CO2eq per via della guerra tra Russia e Ucraina – un dato enorme, anche se al suo interno si includono eventi solo parzialmente legati al conflitto come gli incendi boschivi.

La comunità scientifica non ha comunque dubbi sul fatto che il settore bellico sia uno di quelli ad altissima intensità carbonica. Ancora nella revisione del team di Parkinson si legge come per ogni 100 miliardi di dollari in spesa militare si emettono, approssimativamente, 31 milioni di tonnellate di gas climalteranti. Il tutto senza calcolare gli altri effetti ambientali negativi del settore: dall’inquinamento di suolo e acqua legato alle esercitazioni fino all’uso della distruzione degli ecosistemi naturali come arma di guerra, il cosiddetto ecocidio. Sugli effetti negativi delle emissioni climalteranti, poi, la letteratura è davvero sterminata.

L’ultimo tassello al puzzle dello studio della crisi climatica lo ha reso noto il quotidiano britannico Guardian ieri. Stando ad un’indagine dell’Università di Mannheim e della Banca Centrale Europea (non sottoposto a revisione), le ondate di calore estremo che hanno colpito parte del nostro Continente quest’estate hanno portato a danni economici nel breve termine per 43 miliardi di euro. Una stima che gli economisti stessi definiscono conservativa, perché non tiene conto degli incendi di agosto e dell’effetto cumulato di più eventi meteorologici estremi che colpiscono un territorio contemporaneamente.

Tutti questi numeri, comunque, non sembrano togliere il sonno ai governi europei o della Nato. Al contrario, al recente vertice dell’Aia i Paesi dell’alleanza atlantica si sono impegnati a impiegare il 5% del proprio Pil in difesa entro il 2035. Una cifra enorme, se si pensa che nazioni come Italia e Spagna stavano ben sotto il 2% fino all’anno scorso. Si tratta di un impegno difficilmente compatibile con l’obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2050 al quale l’Unione Europea, almeno in teoria, ancora assicura di voler puntare.

* Fonte/autore: Lorenzo Tecleme, il manifesto



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