Da Gaza alla Cisgiordania, la pulizia etnica israeliana si intensifica
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L’esercito israeliano terrorizza il capoluogo della Striscia, Netanyahu approva il progetto E1 in Cisgiordania
Che il mare a Gaza non sia uno spazio libero i palestinesi lo sanno da decenni. Prigioniero lo è ancora di più oggi, un grande blu che non sa offrire vie di fuga. Con la Global Sumud Flotilla in viaggio verso le loro coste, i pochi pescatori palestinesi che ancora hanno a disposizione un barchino tentano la via del mare perché la fame è più forte della paura.
IERI IN SETTE SONO stati arrestati dalla marina israeliana, «colpevoli» di aver violato l’ordine israeliano: vietato pescare, come vietato sarebbe anche cercare refrigerio nelle acque mediterranee. Secondo al Jazeera, i sette uomini sono spariti, portati in un luogo sconosciuto, con molta probabilità una delle prigioni che hanno ingoiato un numero indefinito di gazawi, tre, quattro, forse 5mila persone. Poco più a sud, gli affamati venivano colpiti dai fucili dei cecchini: due gli uccisi a Rafah nei pressi di uno dei centri di «distribuzione» degli aiuti alimentari della fondazione israelo-statunitense Ghf.
Sempre ieri il ministero della salute della Striscia ha notificato altre morti per denutrizione: sei, tra loro un bambino. Sono almeno 411 i decessi per fame dal 7 ottobre, quelli registrati dagli ospedali. 142 erano bambini. Ma è l’intera popolazione a soffrire: secondo il World Food Programme 2,2 milioni di palestinesi stanno affrontando gli effetti della carenza di beni alimentari, dato che segue alla certificazione di carestia a Gaza City riconosciuta il mese scorso dall’Integrated Food Security Phase Classification, legato alle Nazioni unite.
«Anche respirare è una battaglia», raccontava ieri all’emittente qatariota la madre di Lamia, nove anni e dieci chili di peso. Così poco dovrebbe pesarci una bambina di un anno, non di nove. Il contesto lo dà Unicef: ad agosto il 13,5% dei bambini era gravemente malnutrito, record che batte quello del mese precedente quando la percentuale si attestava sull’8,3%. Dipende, poi, dalle zone: a Gaza City, sotto ordine di evacuazione totale, la percentuale schizza al 20%. Una delle ragioni, spiega la direttrice esecutiva dell’agenzia, Catherine Russell, è che l’invasione via terra ha provocato la chiusura di decine di centri di distribuzione di aiuti.
Gaza City resta il cuore dell’attuale fase offensiva. Già 200mila, un quinto del totale, i palestinesi fuggiti dalla città secondo le stime israeliane. «La gente si incammina verso le zone centrali e meridionali – spiegava ieri il giornalista palestinese Hani Mahmoud – Ma alcuni tornano indietro perché non trovano un posto dove stare. Gli unici corridoi sono la Salah al-Din Street e la via costiera, la al-Rashid. Ma la prima è del tutto bloccata: chi si muove viene ucciso dai cecchini».
LA CONFERMA la dà l’Organizzazione mondiale della sanità che ieri insisteva sull’impossibilità che un numero tanto grande di persone – quasi un milione – possa trovare rifugio a sud: «La zona non ha né le dimensioni né una portata dei servizi tali da supportare chi è già presente, figurarsi nuovi arrivi». Al-Mawasi, dove si trova il giornalista Tareq Abu Azzoum, «è un mare di tende improvvisate. C’è stato un relativo aumento del numero di famiglie. Lottano sotto il caldo torrido per montare le loro fragili tende». «Sebbene l’area sia stata promossa dall’esercito israeliano a zona umanitaria sicura – continua – fonti d’acqua e servizi medici scarseggiano. La gente si lamenta dell’odore di fumo, dell’accumulo di rifiuti, degli escrementi umani».
La versione israeliana narra invece di un’area umanitaria sicura. Lo ha ribadito mercoledì l’esercito, mentre annunciava un’ulteriore escalation nei raid su Gaza City: «Al contrario di quanto dice Hamas, c’è spazio a disposizione nell’area umanitaria per erigere tende», ha detto il Cogat (l’ente che si occupa di «amministrare» i Territori occupati). Le immagini dicono altro, come le stesse mappe di Tel Aviv: l’82% di Gaza – uno dei territori più densamente popolati al mondo già prima del 7 ottobre – è sotto ordine di evacuazione.
L’OBIETTIVO è l’espulsione del maggior numero di palestinesi: ieri il primo ministro Netanyahu ha partecipato a meeting sui piani per quella che chiama «emigrazione volontaria». Con l’altra mano ha dato l’approvazione definitiva al piano di espansione coloniale E1 in Cisgiordania, corridoio di insediamenti che collegherà Gerusalemme est alla Valle del Giordano, spezzando in due la West Bank, isolandola del tutto dalla Città santa ed espellendo migliaia di palestinesi dalle loro terre. «Non ci sarà mai uno stato di Palestina», ha detto dalla colonia di Ma’ale Adumim.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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