Ecco le tardive e timide sanzioni europee contro Israele, ma ora tocca ai governi dei 27 paesi

Ecco le tardive e timide sanzioni europee contro Israele, ma ora tocca ai governi dei 27 paesi

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 La Commissione europea ha svelato il pacchetto di misure contro Israele per provare a mettere un freno all’azione militare a Gaza, ormai in fase più che avanzata, e alle ripetute violenze dell’occupazione in Cisgiordania

La Commissione europea ha svelato il pacchetto di misure contro Israele per provare a mettere un freno all’azione militare a Gaza, ormai in fase più che avanzata, e alle ripetute violenze dell’occupazione in Cisgiordania. La parte più corposa si compone di proposte che dovranno passare al vaglio dei governi degli stati membri, notoriamente divisi su Gaza e in generale sulla condotta da tenere nei confronti del governo Netanyahu. Stati che restano divisi, come è tornata ad ammettere la responsabile della politica estera Kaja Kallas, non certo ottimista riguardo a possibili ricomposizioni future.

Rientrano nel quadro delle misure sub judice dei 27 la sospensione della parte commerciale del trattato di associazione Ue-Israele, il blocco dei fondi per la ricerca scientifica del programma Horizon e le sanzioni individuali ai due ministri più estremisti del governo Netanyahu: Smotrich e Ben Gvir. Non direttamente al premier israeliano, su cui pure pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale. La commissaria al Mediterraneo Dubravka Suika ha assicurato che l’esecutivo Ue può agire in autonomia almeno su una porzione dei rapporti economici con Tel Aviv, congelando lo stop agli aiuti bilaterali, ovvero i contratti con le controparti israeliane per 9,4 milioni di euro.

Poca cosa, mentre ben più importante sarebbe la reintroduzione dei dazi a Tel Aviv, qualora venisse meno l’accordo di partenariato. Il commissario al commercio Maros Sefcovic ha spiegato come le nuove tariffe colpirebbero il 37% delle esportazioni israeliane verso l’Ue, principale partner commerciale di Tel Aviv, per un valore di 5,8 miliardi di euro. Esclusi dai dazi in forza delle regole Wto prodotti chimici, macchinari, armi e componenti militari. Le forze progressiste europee, Left e Greens per primi, chiedono da tempo lo stop degli interscambi bellici, ma la questione è tutt’altro che lineare, almeno sotto il profilo tecnico. Intanto perché, ha chiarito Sefcovic, «la cooperazione militare è ambito esclusivo degli stati membri». Poi perché il settore beneficia anche della «clausola di confidenzialità», che impedisce di rivelare l’ammontare esatto dell’interscambio bellico tra Ue e Israele, ha chiarito un funzionario europeo.

Sefcovic si dice «rammaricato» con Tel Aviv per i provvedimenti, anche se poi li definisce «appropriati e proporzionati». Ma di fronte alla tragica escalation militare dello stato ebraico, pressata da ampi settori dall’opinione pubblica europea, la Commissione ha bisogno di dare un segnale. Von der Leyen usa toni imperativi («gli orribili eventi che si verificano quotidianamente a Gaza devono finire»), invocando il «cessate il fuoco immediato e l’accesso illimitato degli aiuti umanitari nella Striscia», oltre al «rilascio di tutti gli ostaggi detenuti da Hamas». Per una volta, la leader tedesca fa il suo, lanciando la palla nel campo dei governi Ue, con un classico gioco del cerino. La riprovazione per non aver agito potrebbe cadere su chi bloccherà le misure, magari Roma o Berlino, con quest’ultima che si dichiara, per bocca del portavoce del cancelliere Merz, indecisa perfino sulle sanzioni a ministri e coloni.

Von der Leyen riesce nell’intento di far arrabbiare Tel Aviv: non era impresa difficile, forse un rischio calcolato. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar mette nel mirino la leader tedesca quando indica le azioni dell’esecutivo Ue «moralmente e politicamente distorte», minacciando una «risposta a tono». Tel Aviv però confida che non ce ne sarà bisogno, se i litigiosi partner europei manderanno tutto a monte. Facendo loro, dall’interno dell’Ue, il lavoro sporco per Tel Aviv.

* Fonte/autore: Andrea Valdambrini, il manifesto



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