La commissione giuridica del PE conferma l’immunità a Ilaria Salis: «Contro di me campagne d’odio dei sovranisti»
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L’ago della bilancia sono stati gli esponenti del Partito popolare europeo, che è spaccato. Parola definitiva alla plenaria dell’europarlamento del 7 ottobre: «La mia liberazione è frutto della forza di cambiamento possibile»
Ilaria Salis ha appena passato il primo scoglio: la commissione giuridica del parlamento europeo ha votato a stretta maggioranza, 13 a 12, per confermare l’immunità. L’ago della bilancia sono stati gli esponenti del Partito popolare europeo, che è spaccato: due di essi hanno rigettato il report che avrebbe riconsegnato l’antifascista italiana alle galere ungheresi. Quando parliamo con Salis, lei esprime soddisfazione e cauto ottimismo in attesa del voto dell’assemblea plenaria. «Bisogna aspettare il 7 ottobre – dice – per adesso accogliamo questo risultato importante: ci fa ben sperare ma aspettiamo la decisione definitiva. Sono fiduciosa ma adesso la campagna di estrema destra e fascisti contro di me sarà ancora più feroce: teniamo alta la guardia».
Nei giorni scorsi ha fatto appello agli eletti del Ppe, ricordando loro le numerose riserve dell’Unione europea sul rispetto dello stato di diritto in Ungheria. Si attendeva questo esito?
Non avevano aspettative, la procedura del Juri è molto riservata, si riuniscono a porte chiuse e il voto è segreto. Dal canto mio, speravo si rendessero conto della situazione ungherese, anche dopo le recenti esternazioni del governo di Budapest sull’equiparazione degli antifa a terroristi.
Cosa rappresenta il voto della Commissione?
È l’ennesima prova del fatto che in Ungheria non può esserci un giusto processo per me. E non solo per me, penso a Maya che sta ancora in carcere e che avrà anche una sentenza a ottobre. Ecco, dopo dopo il parere di vari giudici in Ue, Italia, Francia, Germania abbiamo l’ennesima prova del rispetto dei diritti in Ungheria. E anche per questo oggi voglio ricordare tutti i compagni che si trovano con Maya in prigione, colpiti dal regime ungherese.
Ha fatto di questa sua vicenda personale una battaglia politica. C’è riuscita?
Cerco sempre di guardare il generale nel particolare. È una battaglia importante per tutti, serve a difendere le garanzie democratiche e i diritti, che sono stati conquistati dalle lotte come i principi base dello stato di diritto e che non sono per sempre. Queste garanzie le abbiamo avute quando il popolo è ribellato, i governi sovranisti adesso in Europa li minacciano. Vogliono tornare indietro. Ecco, questi diritti non solo dentro un paradigma liberale, sono il portato delle lotte del passato. Anche per questo vanno difesi.
La sua storia è emblematica di un attacco più ampio ai diritti?
Pensiamo al diritto a dissentire, che vogliono sgretolare. In Ungheria c’è sempre un nemico pubblico: oggi sono gli antifascisti, abbiamo visto il divieto al pride. Serve uno scudo collettivo contro queste criminalizzazioni.
L’Italia di Meloni è una variante di questo modello?
Purtroppo sì. Il governo italiano guarda a Orbán come fonte di ispirazione invece di considerarlo come una ondata dalla quale proteggersi. La strada che hanno intrapreso è ben direzionata in questo senso. Il presidente ungherese appena arrivato al potere ha messo in atto riforme che hanno sgretolato i pilastri della democrazia. Alcune riforme del governo Meloni, penso a quella della giustizia e soprattutto al premierato, vanno in questa direzione: disarticolano l’equilibrio tra i poteri e rafforzano l’esecutivo. Quindi sì, ci vedo parallelismo.
Adesso li accomuna anche il fatto che si accodino alla campagna sull’omicidio di Charlie Kirk per colpire le opposizioni.
L’estrema destra crea campagne di odio, posso testimoniarlo visto quella che hanno costruito sulla mia persona. Solo che poi sono pronti in maniera poco onesta a strumentalizzare un fatto di cronaca per criminalizzare il dissenso. Dopo antifa, migranti e altre minoranze potrebbe capitare a chiunque di finire nel bersaglio del loro odio. Trovo un po’ patetico questo tentativo di ribaltare la frittata
Nei mesi scorsi ha girato l’Italia in lungo in largo, anche per incontrare le persone che votandoti ti hanno tirata fuori dal carcere. Che situazioni hai trovato?
È stato molto interessante, a me piace sempre ascoltare e capire cosa succede, anche nei luoghi più piccoli. Ho fiducia che dal basso si creino i cambiamenti, lo dimostrano le mobilitazioni per la Palestina. Dobbiamo essere consapevoli dell’epoca in cui ci troviamo ma anche essere positivi: in questi incontri respiro fiducia, possiamo davvero diventare forza di cambiamento. Ci sono tanti che non si rassegnano e che lottano, ognuno nelle sue forme. Lo dimostra anche la mia storia: tutto l’affetto che ho ricevuto è sintomo del fatto che ci sono molte persone che hanno voglia di combattere contro le ingiustizie.
Ha chiesto di essere processata in Italia. Come mai?
Ho evidenziato in questi giorni che mantenere l’immunità non significa che non si deve fare il processo. Vorrei che il processo si tenesse in Italia, per farlo ci vuole un’intervento delle autorità italiane, il ministro della giustizia potrebbe consentire di aprire il processo anche mentre godo dell’immunità. Lo chiedo da quando sono in carcere a Budapest. Non si capisce perché non lo facciano. Forse gli fa comodo così. O forse vogliono vedermi in catene nell’Ungheria di Orbán.
* Fonte/autore: Giuliano Santoro, il manifesto
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