Tunisi. Terrorismo sulla Flotilla in partenza per Gaza, colpita l’ammiraglia

Tunisi. Terrorismo sulla Flotilla in partenza per Gaza, colpita l’ammiraglia

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Fuoco a prua nel porto vicino Tunisi. Thiago Avila: «Sappiamo chi usa quei droni». Colpita l’unità che ospita i coordinatori della missione e i volti più noti: Greta Thunberg, l’attivista brasiliano Thiago Avila, l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau

TUNISI. «Evacuate tutte le barche, la Family è stata attaccata». Mancano 20 minuti a mezzanotte quando arriva la notizia che la nave ammiraglia della Global Sumud Flotilla è stata colpita «con un qualche tipo di attacco incendiario o con una bomba sulla prua». Per le due ore successive i cellulari dei partecipanti alla missione umanitaria diretta a Gaza non smettono di vibrare. Sulle chat di capitani, delegazioni nazionali e singole navi si alternano il panico e gli inviti a mantenere la calma. «Per favore che tutti restino allerta per un altro attacco», mettono in allerta. Ma altri attacchi non ne arriveranno. «È stato un colpo di avvertimento», dice Simon Jones, il navigatore più esperto dell’Hio, la barca a vela di 16 metri su cui viaggia il manifesto.

A ESSERE COLPITA è stata l’unità che ospita i coordinatori della missione e i volti più noti: Greta Thunberg, l’attivista brasiliano Thiago Avila, l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau. Nessuno di loro era a bordo al momento dell’attacco. La Family e le altre arrivate da Barcellona sono all’ancora nel porto di Sidi Bou Said: uno scalo per ricongiungersi alla componente tunisina della flottiglia e risolvere i problemi tecnici su alcune navi.

Sono rimasti a bordo equipaggi minimi per garantire la sicurezza, mentre la maggior parte dei partecipanti è distribuita negli hotel della capitale tunisina. I pernottamenti in albergo sono un regalo della delegazione della Malesia, che conta su un cospicuo finanziamento governativo. In questo modo i partecipanti possono ricaricare le batterie dopo una prima settimana di navigazione, impegnativa a causa delle condizioni meteo, e prima di partire per la seconda parte della missione: quella in cui bisognerà affrontare i pericoli veri, rappresentati da un esercito israeliano sempre più selvaggio e ormai del tutto indifferente alle più elementari norme del diritto internazionale.

MIGUEL DUARTE è uno dei sei membri dell’equipaggio che si trovavano a bordo della Family ieri notte. È stato svegliato, racconta al manifesto, dall’inconfondibile rumore di un drone. «Mi sono alzato e l’ho visto proprio sulla mia testa a tre o quattro metri di altezza e ho subito chiamato gli altri. Una collega è arrivata subito, anche lei ha visto il drone che è rimasto per qualche secondo sulle nostre teste, poi si è mosso lentamente verso la coperta di prua e lì ha sganciato un ordigno». Miguel è un veterano delle missioni di salvataggio nel Mediterraneo a bordo delle navi ong. La sua esperienza è iniziata nel 2017 con la Iuventa, la piccola nave tedesca che ha subito un lungo processo di criminalizzazione da parte delle autorità italiane. L’ostilità dei governi non gli è nuova ma, dice, «di certo non ero mai stato colpito da una bomba». Quando l’ordigno sganciato dal drone ha preso una pila di giubbotti di salvataggio, racconta Duarte, «si è scatenato un incendio su tutta la prua della barca. Abbiamo usato immediatamente gli estintori e fortunatamente ci sono voluti solo pochi minuti per spegnere il fuoco. Nessuno si è fatto male».

Nel centro di Tunisi era da pochi minuti finito un evento speciale organizzato per i partecipanti alla flottiglia: quelli scesi dalle unità arrivate da Barcellona e quelli che si imbarcheranno sulle navi in partenza da Tunisi. Gli organizzatori avevano annunciato ospiti a sorpresa e quasi 200 persone si sono presentate alle 19 nella sede dell’Unione generale dei lavoratori, il principale sindacato tunisino. Gli ospiti a sorpresa sono stati accolti da un boato: la relatrice Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, accompagnata dal nipote di Nelson Mandela. Ai giornalisti presenti all’evento Albanese ha espresso la sua preoccupazione per la possibile reazione israeliana alla missione della flottiglia: «Non ve lo nascondo: temo che Israele possa voler trasformare questa flottiglia in un esempio per chiunque sfidi la sua impunità». Le sue preoccupazioni si sono materializzate soltanto qualche minuto più tardi.

LE PROVE che l’attacco contro la Family sia di provenienza israeliana ancora non ci sono. Ma, ha dichiarato Thiago Avila, «sappiamo bene chi usa i quadricotteri in questo modo e chi vuole fermare la Flotilla». Secondo un’analisi dei video dell’attacco condotta dalla testata francese France24, «un attacco del genere potrebbe essere stato condotto da chiunque» con droni in commercio.

Subito dopo l’attacco Albanese si è recata al porto di Sidi Bou Said, dove intanto si era radunata una piccola folla di persone del posto in appoggio alla flottiglia. «Siamo in Tunisia, queste sono acque tunisine e se sarà confermato che un drone ha attaccato la Family, allora c’è stato un attacco contro la Tunisia. Quando finirà la normalizzazione dello scempio del diritto internazionale?», ha detto ai giornalisti.

GLI ATTIVISTI, comunque, non sembrano scoraggiati. A colazione nell’hotel di Tunisi Simon Jones, del veliero Hio, ricorda la lunga serie di attacchi israeliani contro le flottiglie che negli anni hanno provato a rompere il blocco imposto a Gaza. Non c’è niente di cui sorprendersi. «Fino ad oggi eravamo in una fase preliminare della missione – dice – Adesso la missione è pienamente operativa».

* Fonte/autore: Lorenzo D’Agostino, il manifesto



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