Accordo tra Hamas e Fatah: il leader delle ong Amjad Shawa guiderà l’esecutivo a Gaza

Accordo tra Hamas e Fatah: il leader delle ong Amjad Shawa guiderà l’esecutivo a Gaza

Loading

L’intesa sul nome sarebbe stata raggiunta al Cairo da Hamas e Fatah. Seppelliti ieri 41 palestinesi senza nome. Il gruppo islamico consegna un altro ostaggio

Dopo aver tenuto spento il telefono per ore, Amjad Shawa finalmente ieri pomeriggio ha cominciato a rispondere alle chiamate. Ma ha evitato di confermare o smentire la notizia, giunta domenica, secondo cui sarebbe lui il candidato di consenso destinato a guidare il comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare Gaza nel prossimo periodo, sotto la supervisione del «Consiglio della pace» di Donald Trump. «Non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, comunque sarò sempre pronto a servire il mio popolo alla luce delle attuali difficili circostanze, per alleviare le sofferenze, rafforzare la resilienza e avviare la fase di ricostruzione», si è limitato a dichiarare il presidente della rete delle Ong palestinesi, divenuto noto anni fa a Gaza come un brillante insegnante per i non udenti presso l’associazione Atfaluna.

L’accordo sul nome di Shawa sarebbe stato raggiunto al Cairo durante un incontro tra i rappresentanti di Hamas e del partito Fatah con l’intelligence egiziana. Hamas lo avrebbe accettato perché da indipendente avrebbe mantenuto negli anni un rapporto equilibrato con il movimento islamico. Il partito Fatah non conferma ancora. Nei giorni scorsi, per l’incarico, era circolato con insistenza il nome di Nasser Kudwa, ex ambasciatore palestinese all’Onu e nipote dello scomparso leader dell’Olp Yasser Arafat, rientrato di recente nei ranghi di Fatah dopo anni di polemiche con Abu Mazen. Un portavoce di Fatah, Abdel Fattah Dawla, ha ribadito ieri che «il capo dell’esecutivo tecnico dovrà essere un ministro dell’Autorità nazionale palestinese, nel rispetto dell’unica autorità legittima rappresentata dall’Olp e dall’Anp».

L’unica certezza, per ora, è la condizione in cui si trovano i palestinesi: chiunque sarà scelto da Hamas, Fatah e altri partiti, anche con l’appoggio dell’Egitto e dei paesi arabi, dovrà comunque ottenere l’approvazione di Donald Trump e, quindi, di Israele. Il governo Netanyahu appare deciso a ostacolare il coinvolgimento di Hamas nelle decisioni politiche. I media israeliani, peraltro, incalzano affermando che il movimento islamico starebbe rapidamente cambiando strategia, ritagliandosi con abilità un ruolo di primo piano nelle trattative con gli arabi e con l’Amministrazione Trump. Hamas, aggiungono, nonostante l’alt di Israele, ha partecipato alla formazione del governo tecnico palestinese, selezionando circa la metà dei suoi membri tra figure considerate vicine ai suoi principi. L’altra metà è stata scelta dall’Anp, cioè da Fatah, con un implicito riconoscimento del ruolo di Hamas.

Le manovre politiche e diplomatiche innescate dall’accettazione del piano Trump si accompagnano agli scossoni della tregua a Gaza, di fatto intermittente a causa dei continui attacchi israeliani che mietono vittime quasi ogni giorno. Questi raid sono stati legittimati ieri da Marco Rubio. Per il segretario di Stato, l’attacco di sabato a Nuseirat, in cui Israele ha dichiarato «di aver preso di mira un terrorista del Jihad islamico», non costituisce una violazione del cessate il fuoco scattato il 10 ottobre. Rubio ha aggiunto che Israele «non ha rinunciato al diritto all’autodifesa, ha il diritto di difendersi se c’è una minaccia imminente». Dopo queste dichiarazioni, droni israeliani hanno ucciso ieri due persone ad Abasan al Kabira (Khan Yunis).

Come fanno da quasi un anno in Libano, anche a Gaza le forze armate israeliane si tengono le mani libere e prendono di mira «sospetti» che, a loro esclusivo giudizio, rappresentano una minaccia o che attraversano la Linea gialla, oltre la quale sono arretrate in base ai termini del cessate il fuoco. I palestinesi uccisi in meno di tre settimane di tregua sono un centinaio, in maggioranza civili che cercavano di tornare alle loro case, o a ciò che ne resta. All’Amministrazione Trump tutto ciò va bene, purché Israele agisca «in modo proporzionato» e non con un’offensiva su vasta scala.

A Gaza, intanto, si scava. Hamas ha individuato a Tuffah il luogo della sepoltura di un altro ostaggio israeliano e ieri sera si preparava a consegnare la salma alla Croce Rossa per il trasferimento in Israele. Le operazioni di ricerca, in una Striscia ridotta in macerie, restano complicate per la mancanza di mezzi pesanti e attrezzature, ma secondo il governo israeliano Hamas conoscerebbe i punti in cui si trovano gli altri 12 ostaggi morti. I palestinesi, invece, seppelliscono i loro morti, in gran parte non più identificabili, restituiti da Israele: ieri altri 41, che le famiglie in gran parte dei casi non sono state in grado di riconoscere. Alcune di queste salme, denunciano a Gaza, mostrano segni di abusi e violenze.

L’Unicef è tornata ieri a lanciare l’allarme sulla condizione dei bambini a Gaza, che necessitano di supporto psicologico. L’agenzia dell’Onu per l’infanzia ribadisce che la Striscia è «il posto più pericoloso al mondo in cui essere bambini», a causa dell’elevato numero di minori uccisi (circa 20mila), feriti, sfollati, separati dalle loro famiglie o che hanno perso una persona cara. «Un’intera classe di bambini è stata uccisa ogni giorno per due anni in questo conflitto, e le cicatrici di ciò che i più piccoli hanno sopportato dureranno per molti anni a venire», ha ammonito la portavoce dell’Unicef, Tess Ingram.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto



Related Articles

Dublino per il «remain», o quasi

Loading

Irlanda del Nord. Come la Scozia è pro Ue, ma si riaffaccia la questione indipendenza. Tutto il campo repubblicano e la sinistra (Sinn Féin e Sdlp), assieme all’unionismo moderato (Uup e Alliance) sono per restare, con qualche eccezione

La Spagna sta per introdurre una legge dura sulle manifestazioni

Loading

Spagna. Tra le altre cose le nuove norme, molto contestate, vietano di filmare e fotografare la polizia durante le proteste

Iran, 700 manifestazioni pro Palestina

Loading

Iran. Khamenei. «La resistenza armata è l’unica soluzione»

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment