Al Cairo si tenta di trovare una voce palestinese unica

Al Cairo si tenta di trovare una voce palestinese unica

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Le formazioni politiche palestinesi hanno rilanciato ieri l’idea dell’unità nazionale contro la minaccia di annessioni e deportazioni. Hanno fatto sentire la loro voce mentre il piano di Donald Trump esclude un loro ruolo di primo piano

Al Cairo le formazioni politiche palestinesi hanno rilanciato ieri l’idea dell’unità nazionale contro la minaccia di annessioni e deportazioni. Hanno fatto sentire la loro voce mentre il piano di Donald Trump esclude un loro ruolo di primo piano. Il tentativo di imprimere una virata strategica al progetto nazionale palestinese si è sviluppato nella capitale egiziana mentre il segretario di Stato Marco Rubio riaffermava tutte le condizioni americane (e israeliane) per il progresso dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza, dal disarmo totale di Hamas fino all’esclusione dell’agenzia Unrwa dall’assistenza ai profughi palestinesi, nel quadro di una Gaza divisa a metà tra l’occupazione israeliana e il resto del territorio sotto il controllo del movimento islamico.

Fatah, Hamas, Fronte popolare, Jihad islamica, Iniziativa nazionale, Fronte democratico e altri gruppi, spinti dall’Egitto, hanno cercato di ricucire il tessuto politico palestinese profondamente lacerato. Il risultato positivo di questo tentativo non è garantito. Rappresentanti dei due movimenti principali, Hamas e Fatah, divisi da uno scontro che dura da diciotto anni e da obiettivi molto distanti, si sono incontrati per affrontare differenze centrali e decidere mosse comuni. Tuttavia, ci spiegava ieri un giornalista palestinese, il vertice al Cairo non si è chiuso con l’annuncio di intese concrete tra Hamas e Fatah.

LA DICHIARAZIONE FINALE dei colloqui insiste sul fatto che la fase corrente «richiede una posizione nazionale unitaria e il rifiuto di ogni forma di annessione e sfollamento nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme». Le formazioni palestinesi condannano l’approvazione da parte della Knesset della lettura preliminare della legge per l’annessione della Cisgiordania a Israele, che definiscono «una pericolosa aggressione all’identità e all’esistenza palestinese».

Elencano una serie di misure: il ritiro totale delle forze israeliane da Gaza, la revoca completa del blocco della Striscia, l’apertura di tutti i valichi, l’ingresso senza ostacoli di aiuti umanitari e la ricostruzione. Chiedono di porre fine alle torture e alle violazioni contro i prigionieri politici e ricordano che la questione dei detenuti resterà prioritaria finché non saranno rilasciati. Esortano ad affidare l’amministrazione di Gaza a un esecutivo totalmente palestinese composto da tecnici indipendenti – che secondo alcune voci potrebbe essere guidato da Nasser Kidwa, nipote di Yasser Arafat – e a unificare visioni e posizioni attraverso un nuovo incontro tra tutte le forze politiche. Infine, chiedono che l’Olp venga rilanciato come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese, con al suo interno tutte le componenti politiche, anche Hamas, al fine di costituire uno Stato con Gerusalemme come capitale e assicurare il ritorno dei profughi.

Tuttavia, il nodo principale non è stato sciolto: senza una riconciliazione effettiva tra Hamas e Fatah, parlare di un percorso per la ricostruzione dell’unità nazionale resta solo un atto simbolico.

HAZEM QASSEM, un portavoce di Hamas, ha affermato ieri che «questo è il momento di dare precedenza all’interesse nazionale rispetto a interessi particolari» e che il consenso nazionale deve comprendere l’Anp, «una delle entità che non può essere ignorata». Parole rilevanti, ma che il movimento islamico sia realmente disposto a permettere ai rivali di Fatah, spina dorsale dell’Anp, di tornare a Gaza è tutto da dimostrare. Sul terreno, le forze militari di Hamas hanno ricordato chi comanda nella Striscia subito dopo la proclamazione del cessate il fuoco.

Non passano inosservati i neanche i commenti di «anonimi funzionari» di Fatah e Anp che puntano costantemente il dito contro Hamas e chiedono alla sua leadership di farsi da parte. Inoltre, è improbabile che Fatah accetti l’ingresso degli islamisti nell’Olp, di cui si parla da tempo, con una rappresentanza adeguata alla loro reale forza politica e sociale.

I PALESTINESI cercano di uscire dalla marginalità imposta da piani esterni e di rilanciare una voce autentica, collettiva e radicata. Ma con le differenze tra Fatah e Hamas ancora irrisolte, è impensabile che possano avere un peso quando sul tavolo ci sono l’invio a Gaza di una forza internazionale la cui composizione sarà in gran parte decisa da Israele, il ritiro delle truppe di occupazione, le condizioni per il disarmo di Hamas e l’istituzione del Consiglio per la Pace, presieduto da Donald Trump, destinato palesemente a soffocare un ruolo palestinese autonomo nel governo tecnico di Gaza.

Pesano non poco i precedenti. Negli anni passati più volte si è parlato di accordi di riconciliazione tra Fatah e Hamas, poi smentiti dai fatti.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto



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