Brasile. La polizia fa strage nelle favelas di Rio de Janeiro,136 morti

Brasile. La polizia fa strage nelle favelas di Rio de Janeiro,136 morti

Loading

Coinvolti circa 2.500 agenti della polizia civile e militare nel quadro di quella che è stata battezzata come Operação Contenção: un’iniziativa permanente del governatore bolsonarista Cláudio Castro contro l’espansione territoriale del Comando Vermelho, gruppo criminale che traffica droga e armi

È stato un risveglio tragico, quello di ieri nel Complexo da Penha: 40 corpi di persone assassinate giacevano sull’asfalto, coperti da teli, di fronte agli occhi stralunati di una comunità in stato di shock: nella sanguinosa storia delle operazioni di polizia nelle favelas di Rio de Janeiro, quella condotta martedì nella zona nord della città, tra Penha e Alemão, è stata la più violenta che si ricordi. Superando di gran lunga quella a Jacarezinho durante la pandemia di Covid nel 2021, quando il conto dei morti si fermò a 28.

CON IL PASSARE delle ore, peraltro, il bilancio della strage non ha fatto che aggravarsi: dopo il ritrovamento, ieri mattina, di decine di corpi in un’area della Serra da Misericórdia, il numero dei morti è salito a 136, tra cui quattro poliziotti, ma potrebbe crescere ulteriormente: altri cadaveri, secondo alcune testimonianze, si troverebbero nella località nota come Vacaria, uno dei punti in cui sono state più intense le sparatorie.

«Siamo profondamente addolorati per le persone ferite, ma si tratta di un’azione necessaria, attentamente pianificata e destinata a durare», ha affermato il segretario della sicurezza pubblica di Rio de Janeiro Victor Santos. «Un successo», l’ha addirittura definita il governatore Cláudio Castro.

REALIZZATA in un’area abitata da 280mila persone di 26 comunità, l’azione di polizia ha coinvolto circa 2.500 agenti della polizia civile e militare (senza alcuna preparazione specifica per operazioni di questo genere), nel quadro di quella che è stata battezzata come Operação Contenção: un’iniziativa permanente del governo di Cláudio Castro diretta a contenere l’espansione territoriale del Comando Vermelho, gruppo criminale coinvolto nel traffico di droga e armi.

Obiettivo dell’operazione, quello di compiere un centinato di mandati di arresto contro i membri dell’organizzazione, a cominciare da Edgar Alves de Andrade, noto come Doca, per la cui cattura, a cui è tuttavia sfuggito, è stata offerta una ricompensa di 100mila reais. Secondo il governo di Rio, l’operazione si sarebbe conclusa con l’arresto di 81 sospettati, il sequestro di 90 armi, compresi fucili da guerra, e la confisca di 200 chili di droga. Ma, soprattutto, con una lunghissima scia di sangue.

UNA TALE STRAGE non poteva non suscitare orrore dentro e fuori dal Brasile. Se la Defensoria Pública ha denunciato gli abusi e le violazioni dei diritti umani commessi durante l’operazione, l’Alto commissariato Onu per i diritti umani si è detto «inorridito» per quanto accaduto: «Questa operazione mortale rivela fino a che punto le operazioni di polizia in comunità emarginate del Brasile tendano a produrre conseguenze letali estreme. Ricordiamo alle autorità i loro obblighi in materia di rispetto dei diritti umani e chiediamo indagini rapide ed efficaci». Analoga denuncia anche da Human Rights Watch, che ha evidenziato la necessità «di una nuova politica di sicurezza pubblica che scongiuri il pericolo di scontri in cui a pagare siano gli abitanti e gli agenti di polizia».

È QUANTO ha sostenuto anche il presidente del Partito dei lavoratori Edinho Silva, prendendo le distanze da un modello di sicurezza definito da una «logica di autoritarismo» e privo di «una proposta strutturata»: «Difendiamo un modello che si prenda cura dell’adolescente che ha commesso reati, che reintegri chi è stato condannato, che combatta il crimine organizzato e utilizzi una tecnologia adeguata per prevenire, proteggere e salvare vite».

E mentre Lula, di ritorno dall’Asia, ha convocato una riunione di emergenza per discutere la crisi della sicurezza pubblica a Rio, annunciando la creazione di una task force contro il crimine organizzato, il governatore Cláudio Castro ha preferito giocare d’attacco, da una parte escludendo di voler trasformare quanto avvenuto in una «battaglia politica», dall’altra facendo esattamente questo: da qui la sua denuncia di essere stato lasciato «solo» a combattere il crimine organizzato e persino di essersi visto respingere la richiesta di utilizzo di mezzi blindati da parte dell’esercito.

UN’ACCUSA a cui il ministro della giustizia e della sicurezza pubblica Ricardo Lewandowski ha risposto prontamente dichiarando non solo di non aver mai negato un aiuto al governo di Rio ma anche di non aver ricevuto nessuna informazione relativa all’operazione di martedì.

MA AD ALIMENTARE le polemiche c’è stata anche la rivelazione che il governo di Rio avrebbe inviato circa otto mesi fa un rapporto all’amministrazione Trump per sollecitare la classificazione del Comando Vermelho come organizzazione terrorista – lanciando l’allarme su una presunta espansione delle sue attività in Nordamerica -, con tutte le implicazioni che ciò comporterebbe in termini di un intervento Usa del tipo di quello in corso nei Caraibi.

* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto



Related Articles

Dopo l’assassinio di Ali non cambierà nulla

Loading

Alcuni dei ministri di Netanyahu sono essi stessi dei coloni, dunque parte del problema non della soluzione

Reinhold Messner: “A rimetterci sarà il turismo questa è una sconfitta per tutti noi tirolesi che ci sentiamo europei”

Loading

CASA sua, il medievale Castel Juval alla base delle Alpi Venoste, è a pochi chilometri dal confine che gli austriaci vogliono

“Facciamola finita con gli zingari” la guerra ai rom incendia l’Est Europa

Loading

Centinaia di arresti, i nomadi armati di machete contro i neo nazi.  Scontri in Ungheria, Repubblica ceca e Bulgaria. “L’ultra destra ha trovato un nuovo nemico” 

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment