Caso Almasri, la Corte penale contro l’Italia: «Ha violato gli obblighi»
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La Corte penale verso il deferimento all’Onu: il governo ha ancora tempo fino al 31 ottobre per le ultime giustificazioni. Ma a Roma il caso è ormai quasi chiuso
Che sul caso Almasri l’Italia «non ha rispettato i propri obblighi internazionali» è un fatto. Si può scrivere all’indicativo, non c’è alcun dubbio sul punto. La prima sezione della Corte penale internazionale ritiene di averlo accertato e ieri ha reso pubbliche le carte a sostegno di questa convinzione: quando a gennaio non venne convalidato l’arresto dell’ex capo della polizia giudiziaria libica avvenuto a Torino, l’Italia è venuta meno agli impegni presi con la sottoscrizione dello statuto di Roma.
RESTA un solo punto da decidere: se deferire o meno il nostro paese al consiglio di sicurezza dell’Onu e all’assemblea degli stati parte della Cpi. Entro il 31 ottobre sono dunque attese all’Aja eventuali nuove informazioni su procedimenti in corso che in qualche modo potrebbero ostacolare la cooperazione. Su questo, peraltro, le tre giudici del collegio si sono divise: per Iulia Antoanella Motoc e Reine Adélaïde Sophie Alapini-Gansou l’Italia in passato aveva fatto sapere che c’erano procedimenti in corso e ora vogliono sapere nello specifico quali. María del Socorro Flores Liera, che ha firmato una partially dissenting opinion, invece pensa che non ci sia bisogno di aspettare altro tempo per procedere con il deferimento, definito «l’unica misura appropriata da adottare e l’unico strumento disponibile per ottenere cooperazione in futuro».
SI TRATTA di un colpo durissimo perché, durante le sue claudicanti giustificazioni delle prime settimane, Nordio aveva citato un’altra dissenting opinion di Flores Liera (secondo la quale, dalla fine di Gheddafi, non c’è più alcuna situation in Libya che possa interessare la Cpi) per giustificare il proprio silenzio opposto alla Corte d’appello di Roma, che chiedeva l’intervento ministeriale per sanare il vizio procedurale avvenuto durante l’arresto di Almasri e, dunque, confermarlo. Che da via Arenula non sia arrivata nemmeno mezza parola fu la causa diretta della liberazione del boia di Mitiga.
È PER QUESTO che le tre giudici ritengono «all’unanimità che l’Italia non abbia agito con la dovuta diligenza né utilizzato tutti i mezzi ragionevoli a sua disposizione per ottemperare alla richiesta di cooperazione». Il governo, inoltre, non ha offerto «alcuna valida ragione giuridica o ragionevole giustificazione» al volo di stato gentilmente offerto per riaccompagnare Almasri in Libia. Perché i «motivi di sicurezza e il rischio di ritorsioni» evocati per giustificare il rimpatrio sono «spiegazioni molto limitate» e, sul pratico, continua ad essere «non chiara» la scelta di «trasportarlo in aereo». Sugli errori di forma (alcune date in cui sono stati commessi i crimini: omicidi, violenze sessuali, sevizie)presenti nell’atto fatto pervenire alle autorità italiane insieme al red notice dell’Interpol, la prima sezione dice che il refuso tipografico si capiva «icto oculi» e che comunque c’è stata una palese mancanza italiana nella decisione di non «consultare preventivamente la Cpi o cercare di rettificare eventuali difetti». I recapiti a cui rivolersi, del resto, erano indicati in calce ai documenti. E però, malgrado «l’ampio tempo a disposizione» e «i ripetuti tentativi di interloquire», l’Italia non si è mai fatta sentire nemmeno per discutere della «presunta richiesta d’estradizione concorrente» da parte della Libia.
A ROMA, intanto, la faccenda è virtualmente chiusa: il parlamento ha votato contro la richiesta d’autorizzazione a procedere inoltrata dalla procura di Roma nei confronti del sottosegretario Alfredo Mantovano e dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e così tutto il lavoro svolto dal tribunale dei ministri è destinato a restare letteratura priva di effetti pratici. Resta iscritta nel registro degli indagati la capa di gabinetto del ministero della giustizia Giusi Bartolozzi, ma il reato per lei ipotizzato (le false informazioni ai pm) decade automaticamente in caso di ritrattazione: lo dice il codice penale all’articolo 376. Sarebbe un modo per scrivere la parola fine in fondo alla vicenda giudiziaria senza passare per il conflitto d’attribuzione che la maggioranza ha già chiesto alla presidenza della Camera di sollevare.
C’È, IN FONDO A TUTTO, un altro ricorso alla Corte costituzionale: quello redatto dall’avvocato Francesco Romeo, che rappresenta Lam Magok Biel Ruei, vittima di Almasri e testimone della Cpi. La richiesta è di far procedere l’indagine per via ordinaria, annullandole decisioni parlamentari. Una strada molto stretta alla quale, però, potrebbe prima o poi associarsi anche la procura di Roma.
* Fonte/autore: Mario Di Vito, il manifesto
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