Due milioni di persone in piazza: un nuovo movimento eclettico e spiazzante

Due milioni di persone in piazza: un nuovo movimento eclettico e spiazzante

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La mobilitazione permanente di questi giorni e una nuova composizione in piazza. Non funzioneranno le operazioni egemoniche, ma occorre più organizzazione

Più di due milioni di persone in piazza, i flussi produttivi bloccati, l’agenda politica costretta a inseguire. Lo sciopero generale, parola quasi vintage che consideravamo legata al mito novecentesco, ritrova senso in una giornata di inizio autunno che contiene diverse indicazioni, più di qualche promessa e alcune domande aperte. Si farà, come è inevitabile e giusto che sia, un bilancio di questo movimento per Gaza e la Flotilla, delle sue forme organizzative, delle scelte estetiche, della composizione di classe e delle componenti generazionali. La verità è che questi livelli si intrecciano ora più che mai, perché è difficile discernere tra collocazione produttiva e attitudine comunicativa, tra dati anagrafici e metodi di coordinamento.

OGNI MOVIMENTO ha un suo rapporto col tempo e col passato. L’altro giorno, ad esempio, parlando in conferenza stampa alla camera, lo storico esponente dei Cobas Vincenzo Miliucci si è trovato assieme a Guido Lutrario di Usb e a Maurizio Landini della Cgil a parlare di questo sciopero generale. Di per sé la fotografia rappresentava un evento. Ma bisognava ascoltarlo, Miliucci. Bisognava sentire uno che viene da via dei Volsci, che ha visto da vicino gli attentati dinamitardi filoisraeliani a Radio Onda Rossa (era il 1982) e vissuto gli alti e bassi dell’appoggio alla causa palestinese, citare il socialista Gino Giugni sul diritto di sciopero e papa Bergoglio sulla terza guerra mondiale a pezzi. Ciò serve a capire la natura eclettica di queste giornate. Ulteriore segnale: se fai notare a uno dei giovanissimi che gli eredi di quelli che mezzo secolo fa cacciarono Lama dalla Sapienza hanno fatto uno sciopero generale con i discendenti di Lama, questo ti guarda come se stai parlando delle guerre puniche. Tuttavia, chi ha i capelli bianchi, chi c’era fin dalla prima intifada, constata con soddisfazione che dopo anni le piazze sono finalmente piene perché i giovani sovrastano i vecchi.

A PROPOSITO di generazioni che si accavallano, nel tentativo di trovare un precedente in molti richiamano alle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam. Le analogie sono suggestive, a partire dall’incontro tra lavoratori e studenti attorno a un tema legato alla solidarietà internazionalista. C’è però una differenza sostanziale, che introduce un altro elemento utile a capire cosa accade. Il Vietnam suscitava entusiasmi perché la vittoria era percepita, cosa che effettivamente accadde, come a portata di mano. In questo caso, ci si batte per una causa che parrebbe perduta in partenza. Se la bandiera del Vietnam era il simbolo della rivoluzione che contagiava l’intero pianeta, quella della Palestina è il simbolo delle vittime che cercano disperatamente di sopravvivere. La sumud, la persistenza tenace, non è la ricerca del grande balzo in avanti che interrompe il corso lineare della storia. È la tignosa affermazione della vita e della lotta. Collocata nei contesti metropolitani, nella prospettiva no future dei figli della generazione precaria resi ancora più precari dal collasso climatico e dalla guerra, questa tenacia indica una strada: la mobilitazione permanente e i cortei che si succedono senza sosta che avevamo visto nelle lotte francesi degli scorsi anni.

IN ITALIA la temporalità delle piazze è storicamente scandita dalla forma «corteo nazionale», oggetto di attesa spasmodica e appuntamento ciclico nel corso del quale regolare i conti e misurare i rapporti di forza. Invece, le piazze di cui parliamo, i quattro giorni di mobilitazione, sono luoghi da abitare in forma quasi permanente, luoghi del conflitto e della convivialità. Le maree che invadono le città le avevamo viste di recente con le fiammate del movimento transfemminista Non una di meno o con l’insorgenza ambientalista dei Friday for future. Qui tuttavia coesistono le tante anime e l’unità di intenti, le articolazioni delle sigle e il macro-contenitore: diverse soggettività sotto una bandiera. Che ha scoperto man mano di avere un nemico nel governo Meloni, destinatario di slogan crescenti. L’esecutivo fino a poche settimane fa era percepito come il comprimario del villain, il piccoletto in cattiva fede che sghignazza accanto al cattivo più grosso. La presidente del consiglio sarebbe rimasta in quella posizione di comodo se non avesse tirato fuori antichi traumi della destra contro i movimenti di massa, per dileggiare e lanciare segnali di disprezzo a milioni di italiani. Non è difficile capire il motivo: in poco tempo l’equipaggio di terra della Flotilla ha rianimato lo strumento dello sciopero, spazzato via le paure generate dal decreto sicurezza, messo in difensiva Meloni sul terreno della politica estera, quello sul quale si sentiva più sicura.

PER RIEMPIRE l’interminabile vuoto dei movimenti italiani c’è voluto un collante che è costituito da un fattore complesso, sfuggente, ma decisivo: la credibilità. Ci voleva un esempio pratico, 400 uomini donne da ogni parte del mondo su 40 barche in mezzo al mare, per costruire una cornice che tenesse insieme la goccia che scava nella vita quotidiana dell’everyday politics e la potenza degli scenari globali. È una dimensione tipica delle lotte single issue ma capace di inglobare tantissime vertenze. Qui si colloca un movimento plurale che non può essere mortificato da tentativi egemonici. E che tuttavia ha la necessità di non illudersi che basti la spontanea indignazione per tenere botta nei prossimi tempi.

* Fonte/autore: Giuliano Santoro, il manifesto



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