Falsa partenza, sfuma l’incontro Trump-Putin a Budapest
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Secondo diversi media il rifiuto di Mosca a trattare sui territori avrebbe già smontato gli entusiasmi della scorsa settimana
Il vertice di Budapest tra Donald Trump e Vladimir Putin metterà fine alla guerra in Ucraina. Anzi no, non ci sarà nessun incontro a breve. Zelensky dice che i 25 sistemi Patriot promessi da Washington sono un successo, ma dei Tomahawk che il leader ucraino voleva non si parla più. Persino il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, forse non si incontreranno, nonostante le parti dicono che la telefonata di lunedì sia andata benissimo. Ogni dichiarazione e presunta svolta degli ultimi giorni rispetto all’Ucraina riceve una smentita quasi istantanea e diventa sempre più difficile orientarsi in questo mare di entusiasmo trumpiano, monotonia russa e risibile volontà di potenza europea.
«IL RIFIUTO DI MOSCA di un cessate il fuoco immediato in Ucraina sembra aver messo a repentaglio il vertice tra Trump e Putin» ha scritto durante la mattinata di ieri Reuters, dopo aver annunciato che il tanto atteso secondo round tra i due presidenti era rimandato a data da destinarsi, o comunque non si sarebbe tenuto «a breve» come annunciato in precedenza. Era stato il tycoon a dare una scansione temporale così serrata, dopo la telefonata con l’omonimo russo di giovedì scorso. «Entro un paio di settimane» aveva detto. I dettagli dovevano essere discussi dai rispettivi responsabili della politica estera, Rubio e Lavrov. I quali avrebbero anche dovuto incontrarsi questa settimana (giovedì a Budapest, si vociferava) per sciogliere tutti i nodi più spinosi. Dal lato statunitense si trattava più che altro di una cautela necessaria a evitare l’ennesima figuraccia a Trump sull’Ucraina. La Casa bianca ha fatto capire chiaramente che si trattava di un’ultima possibilità (anche se esiste già una lista di ultime possibilità date da Trump…) e che se il capo sarebbe atterrato nella capitale ungherese sarebbe stato per ottenere un accordo. Dal lato russo invece sussistono varie necessità concomitanti. Evitare che gli Usa fornissero i Tomahawk a Kiev, scongiurare ulteriori sanzioni economiche, ricucire i rapporti con Trump dopo le ultime, difficili settimane ma, soprattutto, provare a mettere un punto sulla guerra che per la Russia sta diventando un problema serio.
Intanto diversi media russi danno una rappresentazione di ciò che è successo negli ultimi giorni molto diversa dall’epica trumpiana. Sul seguitissimo programma «Sera» il conduttore Vladimir Solovëv, alfiere di Putin e dell’Operazione militare speciale, Trump è stato presentato come «un fesso», uno sprovveduto che cede a tutte le richieste del Cremlino e che vive solo di adulazione. Si raccontano barzellette come questa: «Budapest. Si incontrano i due presidenti. Trump dice: ‘Allora, Vladimir, ti prendi Odessa, Kherson, Zaporizhzhya, tutto il Donbass, metti pure l’Alaska nel conto e finisci questa guerra’. Putin si alza, stringe la mano a Trump, e dice: ‘D’accordo, ma tu che cosa mi dai in cambio?» e gli ospiti, tra cui politici e figure istituzionali ridono e applaudono.
Si tratta di un cambio di tono non trascurabile in un momento in cui le relazioni tra Usa e Russia sono appese letteralmente a un filo. Poi il media Usa Axios ha dichiarato che neanche Rubio e Lavrov si incontreranno, ufficialmente perché la loro telefonata è stata «produttiva». Così come la Cnn che aveva parlato di stand-by per l’incontro dei due capi della politica estera. Ma il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha smentito tutto, affermando che è «impossibile sospendere qualcosa che non è stato concordato». Il suo capo, Lavrov, ha rincarato la dose: «La mancanza di etica di molti media occidentali è ben nota e la Cnn non fa eccezione». In ogni caso, con Lavrov «abbiamo concordato di continuare questi contatti telefonici per capire meglio dove ci troviamo e come muoverci nella giusta direzione. Abbiamo discusso la situazione attuale e come possiamo preparare il prossimo incontro. Dopotutto, la cosa più importante non è il luogo o la tempistica, ma come procederemo con la sostanza dei compiti concordati e sui quali è stata raggiunta un’ampia intesa ad Anchorage».
L’IMPROVVISA FRENATA sulla strada verso Budapest non è inedita. Ma in una fase come questa potrebbe anche essere uno degli strumenti negoziali di Trump, simile al «potrei ma non ora» sui Tomahawk. Il tycoon sta lasciando aperte le porte per eventuali ripercussioni contro la Russia, o per effettuare l’ennesima giravolta sull’Ucraina, tornando magari dalla parte di Zelensky, ma – come dimostra Solovëv – a Mosca non si mostrano così intimoriti dall’atteggiamento trasformista del leader Maga. Certo, la propaganda governativa non ha le stesse preoccupazioni del Cremlino, preoccupazioni serie per un Paese in cui, secondo i report della Banca centrale russa, gli imprenditori «percepiscono la recessione imminente». Ma non ci si può mostrare deboli con il nemico Occidentale e quindi avanti tutta. «Le nostre condizioni sono sempre le stesse», spiega il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, e i territori attualmente occupati non bastano. Forse ottenere in regalo il Donetsk non ancora conquistato? Russi e statunitensi non ne parlano, non ufficialmente almeno. Gli unici che dicono qualcosa sono gli ucraini e il loro no rimbalza in modo strano nelle stanze del potere globale, forte e necessario a Bruxelles ostile a Mosca ed evanescente a Washington.
* Fonte/autore: Sabato Angieri, il manifesto
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