Migranti. I nomi dei responsabili europei di torture in un dossier alla Corte penale internazionale

Migranti. I nomi dei responsabili europei di torture in un dossier alla Corte penale internazionale

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I più di 25mila richiedenti asilo senza nome annegati negli ultimi dieci anni (2015-2025) e gli oltre 150mila sopravvissuti rapiti e trasferiti con la forza in Libia, dove sono stati detenuti, torturati, violentati e ridotti in schiavitù, potrebbero aver giustizia se la Corte uscisse dal suo silenzio

Gli avvocati della Corte penale internazionale Omer Shatz e Juan Branco hanno presentato ieri alla Corte una memoria legale di 700 pagine rivelando tutti gli organi e le agenzie dell’Ue e degli Stati membri coinvolti in crimini contro l’umanità commessi contro i “migranti” in transito lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Il documento include un database di oltre 500 funzionari europei che erano in carica durante il periodo esaminato e un elenco di 122 persone sospettate di aver commesso tali crimini. I risultati si basano su 6 anni di indagini, supportate dalla Capstone International Law in Action del master in Diritti umani e azione umanitaria presso Sciences Po Parigi. Il caso si basa su tre tipi di prove: interviste condotte con 77 alti funzionari europei; accesso esclusivo ai verbali delle riunioni del Consiglio Ue; analisi di numerose relazioni riservate.

I più di 25mila richiedenti asilo senza nome annegati negli ultimi dieci anni (2015-2025) e gli oltre 150mila sopravvissuti rapiti e trasferiti con la forza in Libia, dove sono stati detenuti, torturati, violentati e ridotti in schiavitù, potrebbero aver giustizia se la Corte uscisse dal suo silenzio. Dal 2017, il procuratore della Cpi ha riferito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che lungo questa rotta vengono commessi crimini contro l’umanità ai danni dei “migranti”. Nel 2019, gli avvocati Shatz e Branco hanno presentato un caso davanti alla Cpi, documentando che questi crimini sono stati commessi in conformità con due politiche dell’Ue basate sulla deterrenza, volte a impedire a tutti i costi gli arrivi in Europa: uccisioni di massa per annegamento e una politica di respingimento di massa tramite terzi. Nel 2020, il caso è stato ammesso e assegnato all’indagine sulla Libia.

Nel 2023, la missione di accertamento dei fatti del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sulla Libia ha confermato le accuse formulate nel caso della Corte penale internazionale, constatando che funzionari europei stanno partecipando a crimini contro l’umanità nei confronti dei “migranti” sulla rotta del Mediterraneo centrale. Tuttavia, dal 2019 ad oggi, il procuratore della Cpi non ha indagato né perseguito un solo cittadino europeo. Quando la Corte ha emesso il suo primo mandato di arresto nei confronti di un cittadino libico sospettato di crimini contro l’umanità nei confronti dei “migranti”, un governo europeo, quello italiano, ha ostacolato la giustizia rilasciandolo dalla custodia cautelare e riportandolo in Libia, in aperto contrasto con il mandato della Cpi (caso Al-Masri). I legali hanno invitato il Procuratore ad avviare immediatamente un’indagine sui sospetti identificati.

Parallelamente, intendono adire il Presidente delle Camere preliminari, chiedendo che una Camera eserciti il controllo giurisdizionale sui sei anni di inazione del Procuratore.

* Fonte/autore: Flore Murard Yovanovitch, il manifesto



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