Operaicidi, familiari in attesa di giustizia

Operaicidi, familiari in attesa di giustizia

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Oggi l’iniziativa Fillea “La repubblica delle vittime del dovere”

Gli incidenti mortali sul lavoro non finiscono mai, per chi resta. Mogli, figli e familiari di chi perde la vita subiscono una doppia condanna: il dolore per la perdita e un calvario processuale che può durare decenni. «La mia vita si è fermata quel giorno, vado avanti perché fa sera e poi mattina, di nuovo sera e poi mattina», racconta Monica Garofalo. Suo marito Giovanni Gnoffo, carpentiere esperto, è morto a 50 anni mentre stava lavorando al cantiere di un supermercato Lidl a Palermo. Un braccio meccanico di una betonpompa (un macchinario utilizzato per gettare la colata di cemento) si è spezzato all’improvviso e lo ha colpito. «Aveva molta esperienza come edile – dice Monica -. Mi diceva sempre che l’unico rischio di questo lavoro era quando si ostruiva la pompa del calcestruzzo e mi fidavo di lui perché sapeva valutare bene situazioni rischiose. Più volte aveva deciso di rifiutarsi di lavorare».

È il primo pomeriggio del 19 ottobre 2023 quando riceve una telefonata: «Ti puoi avvicinare al cantiere?». Quando arriva trova al cancello l’ambulanza e diverse volanti della polizia. Chiede del marito e i colleghi dell’uomo le rispondono: «È stato un attimo, non abbiamo capito niente». «In una normale giornata, nella felicità di lavorare per una ditta che lo aveva messo in regola mio marito non è tornato a casa: “È una ditta seria”, mi ripeteva», racconta la moglie di Gnoffo. A due anni di distanza non sono state ancora chiuse le indagini che coinvolgono l’azienda esecutrice dei lavori, la Lesi Costruzioni, e la società che ha dato in noleggio la gru e Monica e i tre figli non sanno ancora cosa sia successo. «Com’è possibile che un macchinario così grande si rompa come se fosse un giocattolo? Forse era già difettoso e la ditta poco consapevole. Penso di chiedere cose normalissime: voglio sapere se ha sofferto, se si poteva salvare e se ci sono dei responsabili, per evitare che possa accadere di nuovo».

Oggi Monica Garofalo è la presidente dell’associazione Vittime sul lavoro di Palermo: «Questa battaglia mi fa stare in piedi e mi manda avanti – spiega – se si capiscono le cause, se si accertano le responsabilità, e si evitino nuove tragedie». Vicepresidente e tesoriere sono Chiara Raneri e Fabrizio Giordano, rispettivamente figli di Roberto e Ignazio, due degli operai morti nella strage di Casteldaccia. Il 6 maggio 2024 cinque persone (oltre a Raneri e Giordano anche Epifanio Alsazia, Giuseppe Miraglia e Giuseppe La Barbera) sono state uccise dalle esalazioni di idrogeno solforato, dieci volte sopra il limite consentito, mentre stavano eseguendo dei lavori all’interno di una vasca di sollevamento delle acque reflue per conto della ditta Quadrifoglio Srl, vincitrice dell’appalto dell’Amap, azienda municipalizzata di Palermo. L’associazione di Garofalo sta tentando di rintracciare altri familiari di vittime nei cantieri. «Nessuno deve più sentirsi solo a rincorrere i tempi della burocrazia, chiuso nel suo dolore e dimenticato da tutti in attesa giustizia e di un risarcimento – ha spiegato la presidente nel giorno della fondazione -. Siamo famiglie che viviamo tutte quante la stessa sofferenza, io sono stata più fortunata di altre: la mia vita è stata stravolta ma sono stata supportata, anche dal sindacato».

Oggi Garofalo e Raneri con altri familiari di persone decedute mentre lavoravano parteciperanno all’iniziativa della Fillea Cgil, “La repubblica delle vittime del dovere”, a Roma. Nell’occasione, oltre agli interventi del segretario generale del sindacato degli edili, Antonio Di Franco e della segretaria confederale della Cgil Francesca Re David, saranno anche presentati la nuova rivista dell’organizzazione, Sindacato Nuovo, il libro Operaicidio del magistrato Bruno Giordano e del giornalista Marco Patucchi e il docufilm Articolo 1, diretto da Luca Bianchini e prodotto da Alveare Cinema in collaborazione con Rai Documentari.

«Operaicidio è un sostantivo inesistente nella lingua italiana nonostante quotidianamente si consumi la tragedia di persone che vanno al lavoro e perdono il diritto di tornare a casa sane e salve», ha spiegato Bruno Giordano che specifica: «Uccise dal lavoro, non solo sul lavoro». «La media – ha ricordato il magistrato – è di almeno un morto ogni otto ore, e circa duemila infortunati al giorno, cioè uno ogni cinquanta secondi, ma curiosamente non esiste una parola per descrivere una tragedia civile come questa e noi abbiamo bisogno di evidenziare che non si tratta di morti ma di omicidi, non importa se sia dolosi o colposi». Per la Fillea e Giordano parole come «fenomeno o infortunio» sono fuorvianti: «Dietro questi termini c’è l’idea del fatalismo, della mancata fortuna, fanno parte di una narrazione deresponsabilizzante e scorretta».

* Fonte/autore: Luciana Cimino, il manifesto



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