Vance promuove la Gaza «israeliana», Cisgiordania nella morsa
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Furti, pestaggi, incursioni e incendi: sempre più violenti gli attacchi di esercito e coloni. Il vice presidente Usa: truppe israeliane sul campo e ricostruzione solo nelle zone sotto il controllo di Tel Aviv
Mentre il vice presidente degli Stati uniti JD Vance si faceva fotografare nel centro di comando congiunto Usa-Israele che «supervisionerà» gli accordi di Sharm el Sheikh, in Cisgiordania l’esercito e i coloni scatenavano in un solo giorno una violenza con pochi precedenti. I soldati hanno compiuto incursioni armate in quasi tutte le principali città – Nablus, Hebron, Gerusalemme est, Tulkarem – e nei piccoli villaggi: a Budrus hanno inviato i bulldozer a spianare uliveti, a Dura hanno costretto la gente a chiudersi in casa mentre invadevano le strade.
Nelle comunità più isolate a operare sono i coloni, vere e proprie milizie paramilitari assorbite dentro le istituzioni o gruppi solo in apparenza indipendenti. «Non abbiamo mai visto niente di simile in settant’anni», racconta un anziano contadino a un giornalista palestinese della Al Quds News.
È in lacrime, il berretto calato sulla testa. È stato rapito la notte precedente nel villaggio di Al-Nazla Al-Sharqiya, a nord di Tulkarem. Quando è stato liberato, non ha trovato più niente: «(I coloni) hanno rubato tutto, tutte le olive. Non ci hanno lasciato niente. Hanno bruciato le pompe dell’acqua e rubato il generatore. Mi hanno catturato e non mi hanno liberato fino a mezzanotte».
IL FRONTE CISGIORDANO è ormai spalancato, con Gaza in una tregua apparente. Lo ha detto lo stesso capo di stato maggiore israeliano, Eyal Zamir: «Rafforzeremo il settore di Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr) con altri battaglioni dell’esercito». Ad avvertire della crescente violenza dei coloni è stata ieri l’Onu: in una sola settimana, in piena raccolta delle olive, i suoi uffici hanno documentato almeno 71 aggressioni ai contadini palestinesi e alle loro terre (99 i feriti), mentre i blocchi imposti dall’esercito impediscono ad almeno 27 villaggi di accedere alle proprie terre.
Un colpo durissimo per chi vive di agricoltura, tanto più dopo due anni di chiusure e una crisi economia esplosiva. Secondo la Colonization and Wall Resistance Commission di Ramallah, in venti giorni sono stati 158 gli attacchi di esercito e coloni, tra pestaggi, arresti, distruzione o sradicamento di centinaia di ulivi, furto delle attrezzature.
JD Vance, nella conferenza stampa pomeridiana a Kyriat Gat, non ha fatto alcun cenno alla Cisgiordania. Ha inaugurato «il centro di cooperazione civile-militare…per provare a lanciare i piani di ricostruzione di Gaza, per implementare una pace di lungo periodo e per assicurarsi che (Israele) mantenga forze sul terreno». Occupazione permanente dunque, e una ricostruzione – lo ha confermato poco dopo Jared Kushner – che sarà realizzata solo nelle zone all’interno della cosiddetta linea gialla, dove staziona ancora l’esercito di Tel Aviv. Che non pagherà, lo faranno i paesi arabi, gli stessi che – lo ha scritto ieri Donald Trump su Truth Social in un post insensato – sarebbe pronti a invadere la Striscia per liberarla da Hamas, «con grande entusiasmo».
Dalla conferenza stampa nel sud di Israele, è rimasta fuori la Gaza devastata e violata. Ieri le autorità israeliane hanno riconsegnato altri quindici corpi di palestinesi uccisi in detenzione o esumati dai cimiteri. Come i 150 precedenti, non hanno identità. Spetterà ai familiari degli scomparsi tentare di riconoscerli e dare loro un nome, una missione in molti casi impossibile a causa delle condizioni terribili dei cadaveri. Da parte sua Hamas ha riconsegnato in serata i corpi di due ostaggi israeliani. Ne mancano ancora altri tredici.
EPPURE I RAID sulla Striscia non tacciono: ieri gli ospedali hanno accolto tredici morti e otto feriti, numeri che portano il bilancio totale accertato dal 7 ottobre 2023 a 68.230 uccisi e oltre 170.300 feriti. Sarebbero almeno diecimila i cadaveri intrappolati tra le macerie, secondo l’ultima stima fornita dalla protezione civile palestinese che lamenta il mancato ingresso dei macchinari per procedere con la rimozione dei resti di palazzi e case.
Di aiuti ne entrano troppo pochi in generale: dall’entrata in vigore della tregua, il 10 ottobre scorso, meno di mille camion hanno attraversato gli unici due valichi disponibili (Rafah resta serrata, seppure sia proprio là che attendono da mesi migliaia di tir umanitari). Ne dovevano entrare 6.600. Il World Food Programme ha condotto dentro Gaza ridotta alla fame 530 camion, per un totale di 6.700 tonnellate di cibo. Per frenare la carestia, dice l’agenzia, ne servirebbero almeno duemila al giorno.
«NEL NORD di Gaza non vediamo arrivare camion – scriveva ieri il giornalista di al Jazeera Hani Mahmoud, da Gaza City – Il valico di Zikim è chiuso da cinquanta giorni ormai. Gli unici che abbiamo visto dall’inizio del cessate il fuoco sono quelli commerciali, appartengono a imprenditori privati a cui l’esercito israeliano ha dato il permesso di operare. Vendono i prodotti a prezzi molto alti, ben oltre la possibilità delle persone. E poi non ci sono infrastrutture, magazzini, strade da percorrere».
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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