Amnesty: «Il genocidio è ancora in corso», esecuzioni, assedi e demolizioni in Palestina
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Tra Cisgiordania e Gaza le violenze di soldati e coloni. E l’Europa immobile chiede «stabilità». I militari israeliani ripresi in un video mentre uccidono due palestinesi con le mani alzate
Due palestinesi escono da un garage con le mani alzate. I soldati li fanno inginocchiare a terra. Pochi istanti dopo aprono il fuoco. Muntaser Abdullah, 26 anni, e Yusuf Asa’sa, 37, sono stati giustiziati sul posto. È successo ieri a Jenin, catturato in un video girato da un’abitazione vicina. Tel Aviv fa sapere di aver aperto un’inchiesta; l’esperienza e la matematica dicono che quei militari hanno una probabilità di essere puniti pari a meno dell’1%.
Una moschea data alle fiamme nel villaggio palestinese di Biddiya, città sotto assedio (Tulkarem, Tubas, Jenin), migliaia di sfollati e decine di arrestati, cento ulivi sradicati nella comunità di Kafr Malik e raid aerei: la giornata di ieri in Cisgiordania è specchio fedele delle politiche ufficiali e ufficiose con cui (da due anni con maggiore intensità) Israele avanza metro per metro nel territorio occupato.
Un mix di azioni affidate ai due bracci esecutivi, l’esercito e il movimento dei coloni, e che ieri il ministro della difesa Israel Katz diceva necessarie a impedire un’escalation in Cisgiordania. Lo stesso ministro che due giorni fa definiva gli attacchi dei coloni «disturbo dell’ordine pubblico», non atti di terrorismo quali sono.
CON I PALESTINESI terrorizzati e abbandonati alle aggressioni feroci dei coloni, il governo non prende misure perché la simbiosi è ormai totale e la strategia unica. Lo si vede da 48 ore nel nord della Cisgiordania dove, con l’etichetta di «operazione anti-terrorismo», l’esercito ha posto sotto assedio le città di Tubas e Tulkarem per poi allargarsi ieri, di nuovo, a quella di Jenin. Le scuole sono chiuse, le serrande dei negozi abbassate, nessun movimento è autorizzato pena il pestaggio: ieri almeno dieci palestinesi sono stati ricoverati per le pesanti percosse subite a Tubas.
Mentre i soldati occupano abitazioni anche nei villaggi circostanti e le tramutano in centri di interrogatorio e Tel Aviv ordina il dispiegamento di altre truppe, ad avanzare sono i bulldozer.
Nel mirino le strutture ancora in piedi nei campi profughi di Jenin e Tulkarem, già svuotati mesi fa dai loro abitanti: «Un’opera di re-ingegneria della topografia dei campi rifugiati», l’ha chiamata ieri Roland Friedrich, direttore dell’Unrwa in Cisgiordania, mentre l’agenzia dell’Onu ricapitolava i numeri. Ventitré edifici demoliti a Jenin solo questa settimana, che seguono ai 200 ordini di demolizione eseguiti tra marzo e giugno di quest’anno.
Ieri, nella città simbolo della resistenza armata, l’esercito ha sparato, ucciso un uomo e ferito gravemente due bambini di 14 anni, per poi impedire per ore alle ambulanze di soccorrerli. Ora sono ricoverati in ospedale, entrambi gambizzati.
Ieri è giunta la reazione di Italia, Francia, Germania e Regno unito che, lontanissimi dall’assumere alcuna misura, hanno condannato «il massiccio incremento della violenza dei coloni» e chiesto «stabilità in Cisgiordania…Attività di destabilizzazione rischiano di minare il successo del piano in 20 punti per Gaza».
Chissà che tipo di stabilità ha in mente l’Europa, di fronte alla strategia chiarissima (perché ampiamente rivendicata) di pulizia etnica dei palestinesi, in Cisgiordania e a Gaza, e di negazione strutturale del diritto ad autodeterminarsi. Una negazione a cui i paesi europei hanno dato il via libera votandolo quel piano, in Consiglio di Sicurezza.
AMNESTY INTERNATIONAL, al contrario, torna a dare un nome alle cose: il genocidio è in corso, non è mai cessato e prosegue oggi con identici mezzi. Con i raid (ieri nuovi bombardamenti a Rafah), la demolizione di case (a Khan Younis, in particolare) e il blocco degli aiuti ai valichi che, ha denunciato ieri la protezione civile di Gaza, tengono fuori anche il carburante costringendo a dimezzare le operazioni di recupero di dispersi e feriti e di rimozione delle macerie.
Oltre 500 le violazioni della tregua in sette settimane, scrive Amnesty, 347 palestinesi uccisi e 890 feriti, oltre al mancato ritiro dell’esercito: «A oggi non ci sono indicazioni che Israele stia prendendo misure per invertire l’impatto mortifero dei suoi crimini e non ci sono prove che il suo intento sia cambiato…imporre deliberatamente condizioni calcolate per distruggere fisicamente i palestinesi a Gaza», ha detto la segretaria dell’associazione, Agnes Callamard.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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