Clima. Al via la “Cop della verità”, dovrà sciogliere i nodi lasciati in sospeso
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Il successo di Belém si misurerà sulla capacità di ridurre due divari: quello tra ambizioni dichiarate ed emissioni reali e quello tra impegni finanziari e fondi effettivamente versati. In gioco non c’è solo la lotta al riscaldamento globale, ma la credibilità stessa del sistema multilaterale
È iniziata la Cop30 di Belém, in Brasile, e tra foresta e petrolio la domanda che attraversa i negoziati sul clima è la stessa da trent’anni: la politica sarà all’altezza della scienza? Da calendario, l’avvio formale della conferenza Onu è previsto per lunedì 10 novembre, ma ieri e oggi i capi di Stato e di governo – per l’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani – si riuniscono nella città amazzonica per un vertice inaugurale che imprime la spinta politica ai negoziati. Il summit dei leader anticipa eccezionalmente l’apertura della Cop, sia per i limiti logistici di Belém sia per la volontà di spostare il baricentro della diplomazia climatica dalle promesse ai risultati.
Sotto la presidenza brasiliana, la trentesima Conferenza delle Parti – a dieci anni dall’Accordo di Parigi – dovrà sciogliere i nodi lasciati in sospeso nei precedenti vertici. Il successo di Belém si misurerà sulla capacità di ridurre due divari: quello tra ambizioni dichiarate ed emissioni reali e quello tra impegni finanziari e fondi effettivamente versati. In gioco non c’è solo la lotta al riscaldamento globale, ma la credibilità stessa del sistema multilaterale.
Ad aprire i lavori è stato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, con toni duri: «Presidente Lula, lei ha definito questa conferenza la Cop della verità. Non potrei essere più d’accordo. La dura verità è che non siamo riusciti a mantenere l’aumento della temperatura sotto 1,5 gradi». E ha aggiunto: «È ancora possibile, se agiamo ora con rapidità e su larga scala, rendere il superamento più piccolo, più breve e più sicuro — e riportare le temperature sotto 1,5°C prima della fine del secolo». Secondo il nuovo Climate Action Monitor, le emissioni dei Paesi industrializzati e partner Ocse superano ancora dell’8% le traiettorie compatibili con gli impegni al 2030. Energia e trasporti restano i settori più inquinanti, mentre nei Paesi in via di sviluppo le emissioni continuano a crescere.
Solo trenta Stati e l’Ue hanno reso vincolanti per legge gli obiettivi di neutralità climatica, che coprono appena il 17,7% delle emissioni globali. Entro il 2035 servirà una riduzione del 63% dei gas serra per restare entro 1,5°C, ma nel 2024 l’azione climatica mondiale è cresciuta di appena l’1%. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva arriva a Belém con un bilancio in chiaroscuro. Ha invocato una transizione «equa e ben pianificata» per superare la dipendenza dai combustibili fossili, denunciando le «forze estremiste che cercano di preservare un modello obsoleto».
Ma la sua posizione resta ambigua: se la deforestazione amazzonica è dimezzata rispetto al 2022 e le emissioni del 2024 risultano in calo del 12% rispetto al 2023; tuttavia, il governo ha però appena autorizzato l’esplorazione petrolifera alla foce del Rio delle Amazzoni, sostenendo che i proventi serviranno a finanziare la transizione energetica. Il contesto globale, intanto, è quello di un multilateralismo in crisi. Gli Stati Uniti, per la prima volta in trent’anni, non invieranno rappresentanti di alto livello: Donald Trump ha definito il cambiamento climatico «una truffa» ed è uscito dall’Accordo di Parigi.
L’Unione europea, a lungo capofila dell’ambizione climatica, appare divisa sugli obiettivi di decarbonizzazione. L’Italia è tra i Paesi che hanno frenato di più il nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040, con un traguardo intermedio al 2035 tra il 66 e il 72%. Nel negoziato peserà anche la proposta “Belém 4x”, lanciata da Brasile, India, Italia e Giappone, che punta a quadruplicare l’uso di combustibili sostenibili entro il 2035.
Ma gli esperti avvertono: la biomassa, base di biocarburanti e biogas, è una risorsa limitata e non deve compromettere sicurezza alimentare, ecosistemi e biodiversità. Intanto il Brasile tenta di rilanciare con il Tropical Forest Forever Facility, un fondo da un miliardo di dollari per remunerare i Paesi impegnati contro la deforestazione. Si attende ora che altri Stati aderiscano durante la conferenza: la credibilità dell’iniziativa dipenderà, però, da trasparenza, inclusione e risultati concreti.
* Fonte/autore: Novella Gianfranceschi, il manifesto
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