Clima. Cop30: l’Italia con il gruppo Visegrad, anche la Francia frena
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Transizione ecologica. Bruxelles, il difficile accordo sui target di riduzione delle emissioni inquinanti entro il 2040
La Ue fatica ad arrivare ad un accordo sui target di riduzione delle emissioni inquinanti entro il 2040. Già si partiva in affanno, a pochi giorni dall’inizio della Cop30 di Belém, dove Bruxelles ambisce ancora alla leadership globale in fatto di transizione ecologica. Eppure, non solo la definizione degli obiettivi climatici dei 27 paesi europei viene rinviata da mesi, ma ieri le trattative in corso al Consiglio Ue dei ministri dell’Ambiente si sono progressivamente complicate, tanto che ancora in tarda serata il punto di caduta non era stato trovato. Tra le ipotesi circolate, quella di un’intesa sulla quota di crediti internazionali innalzata fino al 5% – come chiedevano diversi paesi tra cui l’Italia per indebolire il Green deal – ma con il contrappeso di meno clausole di revisione sulla strada degli obiettivi climatici.
Nel corso del negoziato, lungo e difficile, la presidenza di turno danese si è trovata di fronte a posizioni molto divergenti. Da un lato Germania e Spagna, favorevoli al 3% di utilizzo dei crediti internazionali dal 2036 per la riduzione del 90% delle emissioni al 2040, come prevedeva la proposta originaria della Commissione Ue sulla strada della neutralità climatica entro il 2050. Dall’altro una serie di paesi, tra cui Francia e Italia, schierati a favore di un aumento fino al 5% degli stessi crediti, con possibilità di anticipare al 2031 il meccanismo dell’acquisto di quote extra Ue. Roma e Parigi hanno unito le forze per svuotare gli obiettivi climatici in tutti i modi possibili. Il governo Meloni è stato capofila della clausola di revisione biennale dei target, l’Eliseo ha proposto la modifica del 90%, qualora le modalità di immagazzinamento nel carbonio, grazie alle foreste o grazie ai pozzi artificiali di assorbimento della C02, si dovessero rivelare al di sotto delle aspettative.
Ancora più critica contro i pilastri della transizione ecologica è la Polonia. Il governo Tusk si è battuto particolarmente contro l’Ets2, il nuovo meccanismo di scambio di quote di emissioni applicato a edifici e trasporto su strada. Il sistema, che dovrebbe entrare in vigore nel 2027, prevede il pagamento per l’utilizzo di carburanti fossili per le auto e per i riscaldamenti in case e uffici, con possibili ripercussioni sui cittadini nell’aumento dei prezzi dell’energia. Varsavia, che utilizza ancora il carbone per i riscaldamenti, ha ottenuto dalla Commissione l’assicurazione di proporre entro fine anno concessioni all’Ets2, con lo scopo di frenare la prevista spirale dei costi.
Su una linea ancora più intransigente è attestata la Repubblica Ceca, dove è appena tornato al potere l’ultranazionalista Andrej Babiš. Il ministro dell’Ambiente ceco Petr Hladik ha accusato Bruxelles di non aver elaborato studi di impatto su settori industriali che stanno più a cuore a Praga. Il sogno del nuovo governo ceco è quello di ricomporre l’alleanza Visegrad, almeno nelle battaglie contro gli obiettivi climatici europei più ambiziosi, insieme a Slovacchia e Ungheria. A questo fronte si è unita di fatto l’Italia. Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente del governo Meloni, infatti, ha puntato i piedi fino alla fine dei negoziati sia per ottenere crediti internazionali più generosi possibile, almeno con quel al 5% senza il quale Roma non si può ritenere soddisfatta.
«Sarebbe nell’interesse italiano creare le condizioni per il raggiungimento degli obiettivi climatici, inclusi gli strumenti di finanziamento della transizione green», commenta al manifesto Davide Panzeri del think tank Ecco. «Invece l’Italia ha mantenuto ieri una posizione oppositiva, fuori sincrono rispetto a paesi come Germania e Spagna».
* Fonte/autore: Andrea Valdambrini, il manifesto
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