by Novella Gianfranceschi * | 23 Novembre 2025 9:32
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A Belém raggiunto un accordo al ribasso, scompare la roadmap “pulita”
BELÉM. Il Brasile ha cercato di salvare il multilateralismo prima del Pianeta, le relazioni tra Stati prima delle foreste, gli interessi fossili prima di quelli dei popoli. Così è finita la Cop30 di Belém, la prima conferenza Onu sul clima ospitata in Amazzonia: la «Cop della verità», come il governo brasiliano aveva promesso sarebbe stata. E la verità, alla fine, è che i governi continuano a proteggere le stesse industrie che hanno generato la crisi da combustibili fossili che riscalda l’atmosfera dall’epoca della rivoluzione industriale. La stessa crisi per cui da trent’anni quasi 200 delegazioni si ritrovano, anno dopo anno, a negoziare giorno e notte per due settimane in un Paese diverso. Nonostante gli sforzi di Stati come la Colombia, la Cop30 si chiude con un risultato deludente.
Non sono bastati il carisma taumaturgico del presidente del Brasile, Lula, l’esperienza diplomatica del presidente di Cop30 André Corrêa do Lago, né gli avvertimenti simbolici dell’incendio che ha colpito i padiglioni Onu per arrivare a un accordo ambizioso su fonti fossili, finanza per l’adattamento e deforestazione. E mentre veniva arrestato l’ex presidente Jair Bolsonaro, Corrêa do Lago batteva il martelletto sui testi finali, su cui però i Paesi restano profondamente divisi.
Il momento più teso di questa Cop è arrivato proprio durante la plenaria finale di approvazione dei documenti. La presidenza brasiliana è stata costretta a sospendere la sessione dopo la rivolta dei delegati, che hanno denunciato testi «approvati a colpi di martelletto» senza un vero consenso. Alcuni Paesi – tra cui Colombia, Panama, Svizzera e Unione europea – hanno rifiutato di accettare alcune parti dell’accordo, accusando il presidente di aver ignorato le richieste di intervento e di aver forzato i tempi pur di arrivare a un risultato.
Il documento politico più atteso della Cop30, la Mutirão decision, è stato comunque adottato. Nel testo i combustibili fossili non sono menzionati: una vittoria per i petrostati guidati dall’Arabia Saudita, che hanno lavorato senza sosta per espungere qualsiasi riferimento esplicito. L’impegno a definire una roadmap per la transizione dalle fonti fossili, inizialmente sostenuto da oltre 80 Paesi, non è entrato nell’accordo formale di Belém. Il Brasile ha allora promosso un’iniziativa parallela – esterna al processo Onu – costruita sul piano della Colombia e sostenuta da circa 90 Stati, ma priva, almeno per ora, del peso politico di una decisione negoziale.
Una roadmap analoga era stata proposta anche per porre fine alla deforestazione, con un sostegno internazionale simile. Ma anche questa è finita nel limbo delle iniziative extra-Cop, lasciando scoperto proprio il tema che avrebbe dovuto essere centrale in una conferenza ospitata nel cuore dell’Amazzonia. L’assenza di misure concrete sulle foreste nel testo chiave della Cop30 è percepita come una delle delusioni più evidenti del vertice.
Per compensare almeno in parte questo vuoto, il Brasile ha lanciato il Tropical Forests Forever Facility, un fondo d’investimento al di fuori del perimetro negoziale che pagherà gli Stati affinché mantengano intatte le foreste. Un’iniziativa ambiziosa, ma che non sostituisce un impegno formale di tutte le parti.
Un risultato significativo è arrivato invece sul fronte della transizione giusta: tutte le nazioni hanno concordato un nuovo meccanismo globale per garantire che il passaggio all’energia pulita avvenga in modo equo, inclusivo e capace di proteggere lavoratori e comunità. È uno dei pochi punti che ha raccolto un sostegno ampio e relativamente stabile.
Sull’adattamento, la Cop30 «chiede sforzi per almeno triplicare» i fondi entro il 2035. L’inclusione del termine «almeno» è stata accolta come una piccola vittoria, ma la scadenza slitta di cinque anni e questi fondi rientrano nei 300 miliardi annui già fissati alla Cop29, mentre i Paesi in via di sviluppo chiedevano risorse aggiuntive, non ricollocate.
Sul perché di un risultato finale così poco ambizioso a questa Cop pesa innanzitutto l’assenza degli Stati uniti, che ha aperto la strada a un asse tra i petrostati e le grandi economie emergenti – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – finendo per isolare un’Unione europea già indebolita dalle proprie divisioni interne.
* Fonte/autore: Novella Gianfranceschi, il manifesto[1]
Source URL: https://www.dirittiglobali.it/2025/11/cop30-chiusura-deludente-senza-traccia-dei-combustibili-fossili/
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