COP30. L’allarme delle organizzazioni indigene: «Così l’agribusiness detta la linea»

COP30. L’allarme delle organizzazioni indigene: «Così l’agribusiness detta la linea»

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Tra le ambizioni del governo Lula e la disillusione delle organizzazioni indigene e ambientaliste, ha preso il via ieri a Belém la cosiddetta «Cop della verità», preceduta dal catastrofico tornado abbattutosi sullo stato del Paraná, il più forte degli ultimi 40 anni

Tra le ambizioni del governo Lula e la disillusione delle organizzazioni indigene e ambientaliste, ha preso il via ieri a Belém la cosiddetta «Cop della verità», preceduta dal catastrofico tornado abbattutosi sullo stato del Paraná, il più forte degli ultimi 40 anni.

A 33 anni dallo storico Vertice del clima di Rio Janeiro, dove la comunità internazionale si era riunita per la prima volta per parlare di temi ambientali, il processo negoziale fa ritorno dunque in Brasile, il cui presidente è convinto che quella di Belém «sarà la migliore Cop di sempre».

Tra le organizzazioni della società civile e dei popoli originari, che, parallelamente alla Cop ufficiale, si riuniranno a partire da domani nel Vertice dei popoli, le aspettative, tuttavia, sono molto più basse. Di una «grande farsa» parla esplicitamente il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stédile, convinto che saranno il capitale finanziario, le transnazionali e l’agribusiness a dettare la linea. Non per niente tra i principali sponsor della Cop figurano l’impresa mineraria Vale, responsabile dei disastri ambientali di Mariana e Brumadinho, e la JBS, il colosso brasiliano della lavorazione della carne, al primo posto nella classifica delle 45 maggiori aziende di carne e latticini responsabili di una quantità di emissioni di gas serra superiore a quella dell’intera Arabia Saudita.

E che l’agribusiness sia pronto a sfoderare a Belém tutte le sue armi, lo indicano bene le parole di Angelis Junior, vicepresidente di Bunge Brasile, una delle maggiori imprese agroindustriali del mondo, secondo cui la «sfida» del settore sarà quella di «demistificare l’idea che l’agribusiness sia sinonimo di deforestazione». E pazienza se intanto sono arrivati a quota 280 milioni i capi di bestiame nel paese: «Presto eleggeremo una mucca come presidente», ironizza Stedile.

Se l’agribusiness è intoccabile, Lula si è giocato invece la carta del Fondo Foreste Tropicali per sempre: un progetto, lanciato ufficialmente il 6 novembre, che non dipende da donazioni internazionali ma da investimenti in titoli e azioni da parte di governi e imprese, i cui profitti saranno ripartiti tra gli investitori e i paesi con un tasso di deforestazione annuale non superiore allo 0,5%, i quali – questo almeno l’obiettivo – dovrebbero ricevere quattro dollari all’anno per ogni ettaro di foresta preservata.

Un’iniziativa che presenta qualche novità interessante, trattandosi del primo fondo climatico e ambientale internazionale a prevedere l’obbligo di destinare direttamente ai popoli indigeni e alle comunità forestali una parte – almeno il 20% – delle risorse ottenute, attraverso un conto gestito dai loro stessi rappresentanti. Ma che resta pur sempre un meccanismo di mercato, quindi interno a una logica di mercantilizzazione della natura oltre che esposto a tutte le turbolenze della finanza globale.

È soprattutto sul fronte petrolifero, tuttavia, che il governo Lula mostra di predicare bene e razzolare male. «La Terra non sostiene più l’uso intensivo dei combustibili fossili», ha dichiarato al Vertice dei leader della Cop30 giusto dopo aver difeso a spada tratta le perforazioni esplorative nel bacino di Foz do Amazonas, nel cosiddetto Margine equatoriale, autorizzate, dopo un soffocante pressing governativo, dall’Ibama, l’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse rinnovabili: un affare potenziale di 66 miliardi di euro, con stime di 700mila barili al giorno.

Una macchia che Lula ha tentato di lavare da una parte invitando ad applicare l’accordo firmato a Dubai per triplicare gli investimenti nell’energia rinnovabile – un settore in cui il Brasile è all’avanguardia – e dall’altra lanciando il Compromisso de Belém volto a quadruplicare entro il 2035 la produzione globale di «combustibili sostenibili», di cui il paese è il secondo maggior produttore al mondo. Un rimedio, in realtà, peggiore del male: non solo la produzione di biocarburanti entra in diretta competizione con quella di alimenti, ma rilascia pure emissioni legate al cambio d’uso del suolo superiori a quelle del gasolio di origine fossile. Ringrazia ancora, invece, l’agribusiness, pronto a sfregarsi le mani di fronte all’opportunità di ampliare le esportazioni di etanolo e biodiesel.

* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto



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