COP30. Manifestanti indigeni irrompono al summit sul clima

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Helen Cristine (Psol): «La Cop30 non rappresenta i popoli originari ma gli imprenditori». Frizioni con Lula: dall’agribusiness al riconoscimento delle terre rivendicate

Riuniti nel Vertice dei popoli, che si svolgerà a Belém fino al 16 novembre parallelamente alla Cop30, i popoli indigeni e le organizzazioni della società civile stanno già facendo sentire chiara e forte la loro voce di protesta. E alcuni sono passati anche all’azione: un gruppo di manifestanti e di rappresentanti indigeni ha forzato martedì sera la porta della Zona Blu – l’area ufficiale accessibile solo ai delegati accreditati – ed è stato respinto dagli agenti di sicurezza, due dei quali hanno riportato ferite lievi. «Abbiamo voluto invadere lo spazio della Cop proprio per mostrare quali sono i popoli che dovrebbero stare in questo evento», ha spiegato Helen Cristine del movimento Juntos, il gruppo giovanile del Partido Socialismo e Liberdade (Psol): «La Cop30 non rappresenta i popoli originari ma gli imprenditori», ha proseguito.

Cosicché a poco serve il fatto che, come ha sostenuto la ministra dei Popoli indigeni Sonia Guajajara, la Cop di Belém sia quella con la «maggiore partecipazione indigena della storia», potendo contare su 360 delegati indigeni e altri 3mila rappresentanti di tutte le regioni del Brasile, senza contare le delegazioni internazionali.

Ha voluto esprimere la sua indignazione anche il coordinatore del Consiglio indigeno Tupinambá, il cacique Gilson, giunto a Belém con altri 300 rappresentanti di comunità indigene, dai Kayapó ai Panará, dai Munduruku ai Mura, in una carovana fluviale lungo il Rio Tapajós organizzata dall’Alleanza Basta soia, composta da 40 organizzazioni e popoli dell’Amazzonia e del Cerrado: «Non possiamo mangiare soldi. Vogliamo che le nostre terre siano libere dall’agribusiness, dallo sfruttamento petrolifero, dall’attività mineraria e dal traffico illegale di legname», ha dichiarato Gilson.

Poco prima, nella Zona verde – quella aperta al pubblico – Raoni Metuktire, il simbolo più amato della lotta dei popoli indigeni in difesa dei propri diritti, aveva preso parte a un dibattito sul progetto di esplorazione petrolifera nel bacino di Foz do Amazonas – una regione di grande vulnerabilità socio-ambientale, caratterizzata dalla presenza di aree protette, terre indigene, mangrovie e una ricchissima biodiversità marina – invitando alla mobilitazione: «Uniamoci e avremo più forza. Non possiamo permettere queste perforazioni». Ci aveva provato più volte, l’ultranovantenne leader kayapó, a convincere Lula a rinunciare al progetto, lui che aveva accettato di salire insieme al presidente la rampa del Planalto nel giorno del suo insediamento presidenziale. Ma da quell’orecchio Lula non ci ha proprio voluto sentire, esercitando al contrario un pressing sempre più soffocante sull’Ibama, fino a strapparle l’agognata autorizzazione.

Del resto, sotto il governo “amico” di Lula, le cose non stanno andando affatto come era lecito attendersi, che si tratti dello sfruttamento petrolifero in Amazzonia o dell’appoggio a grandi progetti di infrastruttura nelle terre dei popoli originari, come, per esempio, la contestatissima Ferrogrão, la ferrovia per il trasporto della soia destinata a collegare Sinop, nel Mato Grosso, a Miritituba, nel Pará, devastando 16 aree indigene. Per non parlare delle tante concessioni all’agribusiness, come ben esemplificato dalla vicenda del marco temporal, la norma secondo cui i popoli indigeni avranno diritto alla demarcazione solo delle aree che occupavano alla data di promulgazione della Costituzione, il 5 ottobre del 1988. O, soprattutto, dei ritardi nel processo di riconoscimento delle terre rivendicate, condizione imprescindibile per la conquista definitiva di tutti gli altri diritti.

Quel processo, secondo la Costituzione, avrebbe dovuto essere ultimato entro il 1993. E invece, dopo 37 anni, le comunità indigene attendono ancora la conclusione di 107 processi di demarcazione, per 70 dei quali manca solo la firma del presidente. Per questo, all’apertura dell’Aldeia Cop, la conferenza alternativa organizzata dal movimento indigeno all’interno dell’Università federale del Pará, è stata lanciata la campagna «Lula, demarca Kaxuyana Tunayana», un’area indigena in attesa da 22 anni che si compia l’iter di riconoscimento.

«La demarcazione è molto importante per la protezione delle terre», ha dichiarato Raoni alla Reuters, sollecitando ancora una volta il presidente a portare avanti i processi di demarcazione affinché i popoli originari possano finalmente avere ciò che è loro «di diritto».

* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto



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