COP30. Sul green l’Occidente va indietro tutta

COP30. Sul green l’Occidente va indietro tutta

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I diktat di Trump, quelli dell’auto, la Ue che arretra. Così i paesi ricchi tornano indietro

A partire dalla rivoluzione industriale, Stati Uniti ed Europa da soli hanno buttato in atmosfera il 40 per cento delle emissioni globali complessive: è proprio per questo che i Paesi occidentali hanno assunto negli anni la leadership nella lotta al cambiamento climatico, un ruolo di guida che oggi è messo in discussione, per l’incapacità di mettere a riposo l’industria fossile, con i suoi annessi e connessi, con i motori endotermici delle auto.

GLI ULTIMI ANNI di guerre a ripetizione, ad esempio, hanno offerto all’Europa la possibilità di mettere in discussione le misure più interessanti del proprio Green Deal, a partire da una riapertura al carbone, che tra i combustibili fossili è quello con la più alta intensità emissiva (significa che per ogni unità di energia prodotta, il carbone emette più Co2 di petrolio e gas), per alimentare le centrali termo-elettriche: una scelta collegata all’invasione russa in Ucraina che, dopo lo scoppio della guerra, in Italia prese la forma di un piano straordinario dell’allora ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani. E se l’obiettivo dichiarato era sostituire l’importazione di gas russo, la realtà non ha portato a sviluppare ulteriormente le fonti rinnovabili ma ha messo tutta l’Europa su un piano inclinato che poi è precipitato – si può dire – nell’accordo dell’estate 2025 tra il negazionista Donald Trump, tornato alla guida degli Stati Uniti d’America, e il nuovo esecutivo von der Leyen, che per contenere i dazi imposti dal primo si è impegnata ad aumentare massicciamente le importazioni di energia in un accordo che prevede per tre anni 250 miliardi di dollari all’anno di petrolio, Gnl e combustibili nucleari dagli Usa.

UNO SGUARDO MIOPE, che asseconda di fatto la strategia di Trump, che ha portato di nuovo gli Stati Uniti d’America (da soli responsabili del 24% delle emissioni cumulate) fuori dall’Accordo di Parigi. E proprio nei giorni in cui si avviava il vertice di Belem, la Cop30 che gli Usa hanno disertato, la Casa Bianca annunciava un nuovo piano di sviluppo del comparto petrolifero, con concessioni nel Golfo del Messico, in California e anche in Alaska, una ventina che riguarderebbero tutte le aree offshore, comprese quelle nell’Alto Artico, una zona a oltre 200 miglia dalla costa: una follia, e non è neanche lontanamente l’unica.

La nuova maggioranza in Europa, che almeno in apparenza continua a perseguire una strategia per arrivare ad azzerare le emissioni nette al 2050, sta smontando o debilitando tutte le misure degli ultimi anni che l’avrebbero reso possibile. Alcuni esempi? L’industria dell’auto, che vede soggetti come Stellantis (il gruppo presieduto da John Elkann che detiene anche marchi italiani come Alfa Romeo, Fiat, Lancia, Maserati) fare pressioni per cancellare lo stop alla vendita di auto con motore benzina e diesel a partire dal 1° gennaio 2035. Nei giorni scorsi l’amministratore delegato è stato esplicito nel suo ricatto: «Stellantis potrà effettuare maggiori investimenti in Europa solo se il divieto di vendita delle auto a benzina verrà attenuato e i costruttori continentali saranno liberi di innovare anche in tecnologie diverse da quella puramente elettrica». I tempi della transizione, insomma, non sarebbero quelli dettati dalla scienza del clima, che vedono vicinissimo al 2030 il punto di non ritorno per contenere entro i due gradi centigradi il riscaldamento globale, ma dovrebbero piuttosto assecondare il mercato.

PECCATO, PERÒ, che la legge della domanda e dell’offerta sia truccata. Per capirlo basta il vecchio adagio follow the money. Le banche, i maggiori 65 istituti di credito globali, hanno continuato a inondare di denaro lo sviluppo dei vetusti combustibili fossili, ben 3.000 miliardi di dollari solo tra il 2021 e il 2024, il doppio di quanto è stato investito nelle fonti rinnovabili. Sono i dati di uno studio dell’organizzazione non governativa Reclaim Finance, che rendono evidente l’invisibile: per capire cosa non va, non dovremmo partecipare alle conferenze stampa teleguidate, ma frequentare i backstage, per capire dov’è che dietro le quinte si annullano le misure che costruirebbero l’architrave di una transizione ecologica vera. Come quelle sull’obbligo per le imprese di report ambientali lungo le filiere e di piani per ridurre le emissioni, che solo un paio di giorni fa sono state annichilite dal Parlamento europeo, con il voto del Ppe che si è accodato all’ultradestra.

* Fonte/autore: Luca Martinelli, il manifesto



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