Gaza abbandonata, anche all’Onu vince la legge del più forte
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La risoluzione 2803 legittima i piani di Usa e Israele
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha scelto di abbandonare Gaza ai progetti e agli umori del presidente Usa Donald Trump e alla sua squadra di affaristi e costruttori. Un voto che rappresenta una capitolazione, che riconosce il fallimento stesso dell’organismo internazionale, appaltandone i doveri al governo più forte, armato e aggressivo.
La Risoluzione 2803, votata nella tarda serata di lunedì 17 novembre, sancisce l’ingresso dell’Onu in una logica di delega politica ed esecutiva al presidente statunitense, che ottiene una legittimazione formale alla gestione della Striscia di Gaza.
NEL SUO PRIMO POST social pubblicato dopo l’approvazione, Trump ha ringraziato tutti per avergli riconosciuto i poteri di cui si era già dotato nel suo piano a 20 punti: «Congratulazioni al mondo per l’incredibile voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, solo pochi istanti fa, riconoscendo e approvando il CONSIGLIO DI PACE, che sarà presieduto da me, e comprende i leader più potenti e rispettati in tutto il mondo». Anche chi siano questi leader lo deciderà Trump.
Il «Consiglio di pace» è una sorta di club esclusivo. Tony Blair dovrebbe essere il luogotenente del «Board of peace», che sovraintenderà la Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) ma anche il comitato tecnocratico palestinese e pure la polizia che verrà modellata.
UNO DEI PUNTI PIÙ CONTROVERSI della Risoluzione riguarda proprio poteri, mezzi e obiettivi dell’Isf, immaginata con lo scopo di disarmare Hamas, distruggere le sue infrastrutture e proteggere popolazione e confini. Non si sa quali siano i Paesi che vi prenderanno parte.
Trump ha dichiarato che i soldati statunitensi non metteranno i propri stivali sulla Striscia e Netanyahu ha detto che Israele non appalta la sua sicurezza a truppe straniere. Dal canto suo, Hamas continua a dirsi contraria al disarmo, affermando che le armi della resistenza sono strumenti della lotta legittima contro l’occupazione israeliana. A meno che i Paesi arabi, Egitto in testa, non riescano a convincere il gruppo raggiungendo un compromesso, l’utilizzo della forza sarà quindi inevitabile.
Ma quanti Paesi sono disposti ad impiegare le proprie truppe in una guerra con Hamas? In fondo, in due anni di sterminio Israele non è riuscito a sconfiggere i combattenti e abbatterne l’egemonia politica. Basteranno i due anni di mandato a completare il disarmo?
LA DOMANDA è particolarmente importante perché è al successo di questo passaggio che il piano lega la ricostruzione della Striscia e la consegna dell’amministrazione locale al comitato tecnocratico palestinese. Anche di quest’ultimo organismo si sa davvero poco. Chiunque vi prenderà parte dovrà accettare di eseguire gli ordini degli Stati uniti attraverso il «Comitato di pace», almeno fino a dicembre 2027. Difficile immaginare che un tale organismo, scelto e guidato da Washington, possa godere della legittimità popolare.
La Risoluzione non fa alcun riferimento alla fine dell’occupazione israeliana, illegale per il diritto internazionale, né alle responsabilità del genocidio e di 70mila morti, per la stragrande maggioranza civili. Non ci sono meccanismi di monitoraggio indipendenti, non c’è un processo chiaro che colleghi la gestione transitoria a una reale forma di autodeterminazione palestinese. Nell’ultima bozza pare sia stato aggiunto solo l’impegno di riferire semestralmente al Consiglio i progressi raggiunti.
DOPO AVER FATTO PRESENTE le mancanze della Risoluzione, Mosca e Cina hanno deciso di astenersi senza porre il veto. Il sostegno alla Risoluzione espresso da diversi Paesi arabi – in particolare dai mediatori Egitto e Qatar – insieme all’appoggio dell’Autorità nazionale palestinese, ha collocato Mosca e Pechino in una posizione diplomatica complessa.
In Medioriente Trump ha costruito relazioni solide attraverso gli Accordi di Abramo, con governi che vedono negli Usa un partner capace di garantire investimenti, armi e tecnologie.
LA RISOLUZIONE RUSSA, modellata su quella americana, è stata un tentativo di introdurre correzioni più che proporre un’alternativa. Il piano sostitutivo di Mosca proponeva riferimenti a uno Stato palestinese e a un ruolo diretto dell’Onu: elementi che Israele non avrebbe accettato e che gli Stati uniti avrebbero comunque bloccato con il veto.
D’altro canto, il governo del presidente Trump è l’unico, al momento, in grado di garantire il via libera israeliano. Non perché lo controlli ma perché gli interessi pubblici-privati del tycoon e la sua visione aggressiva della “pace” coincidono quasi alla perfezione con quelli israeliani.
* Fonte/autore: Eliana Riva, il manifesto
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