Green Deal. «L’Europa abbassa i target, come chiesto da Trump»
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Parla Marta Lovisolo del think tank sul clima Ecco: «La chiamano semplificazione ma è una deregolamentazione. Purtroppo, questo tipo di misure sono diventate una bandiera dell’esecutivo Von der Leyen»
«Siamo bravi a parlare del futuro, ma facciamo fatica a prendere delle decisioni serie sul presente» dice Marta Lovisolo, responsabile dell’ufficio a Bruxelles di Ecco, think tank italiano che si occupa di clima. Tradotto: sposiamo obiettivi ambiziosi nel lungo periodo, per non affrontare l’urgenza di decarbonizzare. È accaduto anche ieri al Parlamento europeo.
Che cosa è successo intorno al Green Deal?
Ieri erano previste due votazioni che riguardano nel merito la lotta ai cambiamenti climatici, scelte che sono almeno all’apparenza contraddittorie. Da un lato, l’Europa mostra di andare avanti seguendo la sua traiettoria di decarbonizzazione al 2050 e fissando un target che possiamo definire relativamente ambizioso per il 2040.
Qual è questo target?
La Commissione europea aveva consigliato di introdurre un obiettivo del 90% per quanto riguarda la riduzione delle emissioni domestiche, mentre il Consiglio Ambiente del 4 novembre scorso ne ha adottato uno più basso, che prevede cioè l’85% di riduzione delle emissioni a cui si accompagna un 5% generato da crediti internazionali, cioè quelli garantiti da progetti verdi realizzati fuori dall’Europa (è l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi).
Non un segnale positivo.
Se vogliamo, possiamo considerare positivo che oggi il Parlamento ha almeno confermato questo obiettivo all’85%, nonostante ci fosse un emendamento della destra che – con voto segreto – proponeva di abbassarlo ulteriormente all’83%. Questo significa che da un lato il Parlamento ha tenuto, dall’altro, però, oggi la destra europea del Ppe ha deciso di allinearsi all’estrema destra sui temi della finanzia sostenibile, nel voto sul cosiddetto pacchetto Omnibus, ha cioè deciso di smontare, almeno in parte, quella legislazione che ci permetterebbe di raggiungere quei target.
Quali regole in particolare sono state smontate?
Ieri si è votato in Parlamento anche sulle regole dedicate alla finanza sostenibile. Una voto per la semplificazione che però io chiamo deregolamentazione. Purtroppo, questo tipo di misure sono diventate una bandiera di questa Commissione nel nome della semplificazione. In più, questo è il primo di tutti gli Omnibus, quindi assume un valore politico importante e del resto anche il presidente degli Stati uniti, Donald Trump, ha richiesto espressamente che l’Europa agisse così, anche in cambio di uno sconto sui dazi.
Che cos’è in concreto questo pacchetto di semplificazione legislativa sulla finanza sostenibile e che cosa c’entra con la lotta ai cambiamenti climatici?
Si tratta di quelle norme che dovrebbero obbligare le aziende a verificare tutta la catena del valore, misurando non solo gli aspetti legati alle emissioni ma anche le eventuali violazioni di diritti ambientali e dei diritti umani lungo tutta la catena di creazione di valore. In più, veniva richiesto alle aziende di scrivere e attuare dei piani di transizione. Il terzo tema, fondamentale, era l’introduzione di un obbligo per le imprese di proteggersi dai rischi climatici, cioè obbligare le aziende a fare un’analisi dei propri beni materiali e di valutare se siano o meno in pericolo dal punto di vista climatico, sia come asset non più utili ma anche come esposizione ai rischi legati al cambiamento climatico. Anche la Bce ha detto che è un’idea folle, non prevedere questo tipo di analisi, di cui anche le banche avrebbero bisogno: banche e investitori vorrebbero poter sapere, perché vogliono capire se c’è un rischio. Nella posizione del Parlamento Ue, i transition plan sono spariti completamente, mente gli altri requisiti non verranno applicati alla maggior parte delle aziende, ma solo a quelle più grandi. Si è giocato tanto su che cosa significhi piccola e media impresa, perché si è passati da una soglia ragionevole a numeri folli, volendo proteggere a parole il settore: per essere obbligati alla due diligence, cioè all’analisi della catena del valore, servono almeno 5mila impiegati o 1,5 miliardi di euro di fatturato. Come se questi fossero numeri da Pmi. Anche se per il momento questa non è il testo finale della Direttiva, è il testo che andrà in trilogo, quello che verrà discusso tra Commissione, Consiglio e Parlamento Ue per diventare legge in Europa e anche in Italia.
* Fonte/autore:Luca Martinelli, il manifesto
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