I mega sussidi che incendiano il clima

I mega sussidi che incendiano il clima

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Nel mondo ogni anno migliaia di miliardi di soldi pubblici sostengono le fonti fossili (carbone, petrolio e gas). Un sistema distruttivo per clima e salute

Miniere, pozzi, gasdotti, fusoliere, marmitte, ciminiere, passando per guerre, devastazioni ambientali e caos climatico. Onnipresenti, i combustibili fossili e il loro utilizzo hanno generato nel 2024 il 90% delle emissioni climalteranti globali, secondo il Global Carbon Budget. E i fiumi di sostegni diretti e indiretti, espliciti e impliciti che ricevono truccano il gioco energetico a loro favore.

«OIL CHANGE INTERNATIONAL» (OCI) spiega che sussidio è qualsiasi azione governativa atta a ridurre il costo della produzione di energia da combustibili fossili, aumenti il prezzo ricevuto dalle compagnie del petrolio, petrolifere, del gas e del carbone o abbassi il prezzo pagato dai consumatori di combustibili fossili. I sussidi più ovvi sono i finanziamenti diretti e le esenzioni fiscali per il settore, ma molte altre attività contano come sussidi indiretti – prestiti e garanzie a tassi favorevoli, risorse come terra e acqua fornite all’industria estrattiva a tassi inferiori a quelli di mercato, finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo, interventi di emergenza.

MA OLTRE AI SUSSIDI ESPLICITI ecco quelli impliciti: le esternalità negative. In contrasto con il principio del «chi inquina paga», il costo del fossile viene accollato alla collettività. Un’ampia gamma di incentivi sostiene di fatto un settore che provoca impatti gravi sulla salute pubblica, disastro climatico, inquinamento ambientale locale legato all’estrazione e alle infrastrutture. Denaro sottratto all’energia pulita o ad altri settori importanti. In francese alcuni utilizzano l’espressione fiscalité noire, opposta a fiscalité verte.

IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE (Fmi) ha stimato una cifra record: «Globalmente, 7.000 miliardi di incentivi sono arrivati al settore nel 2022, ovvero il 7,1% del Pil mondiale. I governi hanno sostenuto consumatori e aziende durante la crisi provocata dalla guerra in Ucraina e per il recupero economico post-pandemia». Per il 18% si è trattato di sussidi espliciti, diretti o indiretti, al comparto fossile ai suoi diversi livelli; mentre l’82% riguarda i sussidi impliciti. Secondo il Fmi, la soppressione delle sovvenzioni al sistema fossile non solo permetterebbe al mondo di rimettersi in carreggiata dal punto di vista climatico, ma eviterebbe 1,6 milioni di decessi prematuri e libererebbe risorse pubbliche.

E 1400 MILIARDI DI DOLLARI, secondo il rilevatore Energy Policy Tracker (rapporto Fanning the Flames: G20 provides record financial support for fossil fuels), sono stati investiti nel 2022 dai paesi del G20 nel settore fossile in risposta alla crisi energetica: sostegni, sussidi, prestiti pubblici; più di quattro volte la media annuale del decennio precedente. Gran parte era destinata ai consumatori, ma un terzo spingeva verso la produzione di nuovi combustibili fossili. E nella cifra non sono comprese le esternalità negative a carico di ambiente e salute.

IL RAPPORTO «NEMICI PUBBLICI», del 2024, di Oil Change International e Friends of the Earth Usa, a cui ReCommon ha contribuito per l’Italia, rivela che fra il 2020 e il 2022 direttamente al comparto fossile sono arrivati finanziamenti pubblici per 142 miliardi di dollari.

LE STESSE SPESE MILITARI si possono considerare un sussidio se servono ad acquisire e difendere a mano armata gli interessi nazionali (soprattutto anglo-statunitensi) nei combustibili fossili. Un altro effetto collaterale degli investimenti fossili è il rischio del carbon lock-in: le infrastrutture capital-intensive durano decenni, spendere per quelle rende più difficile la transizione. Ed è anche grazie a ogni genere di sostegni che si contano oltre 600 nuovi progetti di estrazione di combustibili fossili; un consorzio di associazioni internazionali li ha mappati, chiamandoli «bombe di carbonio». Sono «ambientati» principalmente in Cina, Russia, Stati uniti e Arabia saudita, ma è la francese Total Energies la multinazionale più presente in campo; con fiumi di denaro dalle banche francesi a irrigare l’industria fossile. Eppure, sempre Oci nel rapporto Sky’s Limit insiste: la maggioranza delle riserve di combustibili fossili all’interno di giacimenti e miniere attivi deve rimanere sottoterra se vogliamo un pianeta vivibile.

L’ORGANIZZAZIONE METEOROLOGICA internazionale (Wmo) ha constatato che le concentrazioni di CO2 in atmosfera hanno raggiunto un record di 423,9 ppm (parti per milione) nel 2024, rispetto all’anno prima il più importante aumento dall’inizio delle misurazioni nel 1957. Il carbon budget residuo, ovvero la quantità totale di CO2 che possiamo ancora immettere in atmosfera per non superare +1,5°C basterà per pochi anni, a questo ritmo.

UNA STORIA DI IMPEGNI. Nel 2009 i governi del G20 si impegnarono a eliminare i sussidi «inefficienti» ai combustibili fossili. I progressi però furono molto scarsi. Poi, a margine della Cop26 (si è tenuta a Glasgow nel 2021), 35 paesi – fra i quali Italia, Canada, Germania, Gran Bretagna, Francia, Stati uniti – e 5 istituzioni finanziarie pubbliche firmano la cosiddetta Dichiarazione di Glasgow (Clean Energy Transition Partnership – Cetp), il primo impegno politico internazionale per porre fine entro il 2022 ai finanziamenti pubblici a progetti energetici fossili privi di tecnologie di cattura della CO2 e a dare priorità alle energie pulite.

E RISPETTO AL 2019-2021, SECONDO LO STUDIO Holding Course, Missing Speed: Protecting Progress on Ending Fossil Fuel Finance and Unlocking Clean Energy Support messo a punto dall’International Institute for Sustainable Development (Isd), da Oil Change International e da Friends of the Earth Usa, i finanziamenti pubblici internazionali ai progetti di estrazione di combustibili fossili da parte dei firmatari del Cetp sono diminuiti nel 2024 fino al 78% (per una cifra oscillante fra gli 11,3 miliardi e i 16,3 miliardi di dollari all’anno) rispetto ai livelli del 2019–2021, pre-impegno. Anche se alcuni membri hanno approvato miliardi di dollari in violazione dell’impegno.

PARALLELAMENTE, I PAESI DEL CETP hanno aumentato il sostegno alle energie rinnovabili di soli 3,2 miliardi di dollari rispetto al 2019–2021: meno di un quinto dei fondi trasferiti dai combustibili fossili è stato reindirizzato. Il rapporto invita i membri ad arrivare a 42 miliardi all’anno. Naturalmente, la necessaria riforma dei sussidi dovrebbe tenere conto delle necessità sia dei paesi in via di sviluppo che dei consumatori.

QUANTO AGLI USA, HANNO LASCIATO IL CETP a febbraio. Sovvenzionano l’industria dei combustibili fossili per un valore di quasi 31 miliardi di dollari all’anno. Una cifra più che raddoppiata dal 2017 e certamente sottostimata, per via della mancanza di trasparenza e di dati affidabili provenienti da fonti governative.

FALSE SOLUZIONI COME LA CATTURA e lo stoccaggio di carbonio (Ccs) sono ugualmente oggetto di incentivi. Spesso spacciata per soluzione climatica soprattutto per i settori hard-to-abate come acciaio e ferro, la Ccs viene usata in primo luogo per estrarre riserve difficili da raggiungere in una pratica chiamata Enhance oil recovery (Eor). Rispetto alle rinnovabili, è una vera scappatoia, il cui costo ricade su contribuenti e consumatori. La Exxon, a lungo tiepida su questa tecnologia, ora la sostiene con il progetto Low Carbon Solutions, una buona scusa per porsi come leader nella lotta climatica.

ANCHE L’AVIAZIONE A TUTTI I LIVELLI della filiera, riferisce il rapporto Aviation Tax Gap del centro di ricerca europeo Transport & Environment, continua a ricevere ingenti sussidi. L’aiuto maggiore di cui godono le compagnie aeree sono le esenzioni fiscali su carburante e biglietti: decine di miliardi di euro ogni anno. Da tempo e da più parti si chiede la fine di questo privilegio, e tasse sull’aviazione.

MA PIUTTOSTO, L’UNIONE EUROPEA sta offrendo sussidi per incoraggiare le linee aeree a passare ai cosiddetti carburanti sostenibili (Saf), che possono essere anche a base di agrocombustibili di varia origine, per esempio l’olio di palma, nient’affatto sostenibile. Ed ecco una possibile deriva nella partita dei sussidi. A favore di una soluzione molto dubbia, non solo in termini climatici.

* Fonte/autore: Marinella Correggia, il manifesto



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