Informazione. La minaccia alle redazioni nell’era della produzione digitale

Informazione. La minaccia alle redazioni nell’era della produzione digitale

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L’Ia è un prodotto dell’intelligenza collettiva colonizzata dal capitale. Fare il giornalista, com’è già evidente oggi, sarà una prerogativa di un’élite ancora più ristretta capace di permettersi di lavorare gratis e rivolgersi solo a un’aristocrazia di classe

Proviamo a immaginare la redazione digitale del futuro. Sarà composta da persone che non sono necessariamente giornalisti. I diversi strumenti editoriali necessari alla pubblicazione (stesura, produzione audio/video, editing, archiviazione, versioni online) saranno integrati in un sistema automatizzato e centralizzato in rete. Protocolli flessibili adatteranno il lavoro delle macchine al ritmo incessante dell’economia dell’attenzione, mentre le notizie saranno distribuite su più piattaforme. Facebook, Google, o chi per loro, terranno in ostaggio i pochissimi editori locali che useranno la stampa non per farla leggere, ma per comprarsi influenza politica.

IL LAVORO GIORNALISTICO, diventato motore delle narrazioni tossiche, avrà perso del tutto il suo valore e sarà un fusibile sostituibile in una mega-macchina. Fare il giornalista, com’è già evidente oggi, sarà una prerogativa di un’élite ancora più ristretta capace di permettersi di lavorare gratis e rivolgersi solo a un’aristocrazia di classe.

C’è qualcosa di verosimile, ma di non scontato, in questa profezia. Rispecchia la crisi di un modello di giornalismo consolidato nel XIX secolo e diventato industria in quello successivo. Raccoglie un senso comune basato sul populismo neoliberale del mercato che incita il lettore a credere che al tempo di internet tutto è gratis e il prodotto non è un lavoro, a cominciare dalla propria auto-profilazione, ma l’apparizione di una magia.

Così intesa, questa è una delle robinsonate di cui ha parlato Marx: la ricchezza non si trova sugli alberi, è prodotta da una forza lavoro che però è stata invisibilizzata. Di forza lavoro ci sarà sempre bisogno, ma non nello stesso modo dato che la divisione del lavoro, e i modi della produzione e del consumo, cambiano nella storia. Per questa ragione i giornalisti potrebbero non essere sostituiti del tutto dagli algoritmi. Saranno sostituiti da altri giornalisti, pagati con uno schiaffo dai padroni e con uno sputo dai lettori. Dovranno legittimare comunque il lavoro di chi predica la scomparsa della stampa per sfruttare meglio una società drogata dai clic.

Non è escluso che la crisi del giornalismo dominante sia stata implementata dall’adesione acritica al marketing del nichilismo digitale e al suo progetto di dominio di classe senza lotta di classe. La resa a questa realtà avviene quando la mentalità media del giornalista cede al racconto apocalittico, come alle soluzioni messianiche, e non prende sul serio le conseguenze pratiche dell’enorme lavoro critico nato nell’ultimo quarantennio (tra i tanti, Shoshana Zuboff, Antonio Casilli o Gruppo Ippolita). Se alla guerra capitalista delle idee non si contrappone un pensiero critico e pratico, acuminato e da riformare tanto nelle nicchie quanto tra le masse, allora è certo che i giornalisti continueranno a segare il ramo dall’albero sul quale sono seduti. In fondo è così che il capitalismo digitale vede i lavoratori. Lo stesso capita a chi dice di fare informazione. Il problema è sempre lo stesso: quale?

Se la situazione è questa, oggi è complicato immaginare persino una resistenza, non solo giornalistica, ma in tutta la produzione, a cominciare dai “micro-lavoratori” digitali che operano nei servizi della moderazione online. Tuttavia il giornalismo è anche punto di vista, scavo in profondità, prospettiva e creazione. Tracce di un altro mondo ci sono e non si dovrebbe lasciarle ai palinsesti prevalenti.

LE TECNOLOGIE DIGITALI hanno comunque ampliato l’informazione: giornalismo basato sui dati, pratiche investigative, narrazioni multimediali, uso controegemonico dei media del potere. Si consideri per esempio la cooperazione tra testate per i Panama Papers. Oppure le lotte di attori e sceneggiatori negli Stati Uniti che hanno chiesto una contrattazione sull’uso dell’immagine e della voce. O la sindacalizzazione di rider e di altri lavoratori digitali che hanno imposto il problema della retribuzione, del contratto e della tutela di un lavoro poco appariscente, e subalterno all’algoritmo, ma reale.

Anche i giornalisti hanno raccontato un mondo alla rovescia e hanno dimostrato che l’intelligenza artificiale resta un prodotto di quella collettiva colonizzata dal capitale. Alla base di innumerevoli inchieste c’è un’idea attuale: il digitale è un prodotto di rapporti sociali di produzione in una società capitalistica. Esso è fondato sulla forza lavoro senza la quale non si può parlare di algoritmi o di intelligenza artificiale.

Un riflesso di questo lavoro si ritrova in Italia in un recente studio Quanto vale sui social il giornalismo italiano. Il caso Gedi-Meta. Lo ha realizzato Lazzaro Pappagallo, giornalista Rai e sindacalista dell’Fnsi, il quale ha ipotizzato che le piattaforme digitali esproprino al giornalista un valore del lavoro quantificabile tra i 375 e i 976 euro all’anno solo per l’utilizzo dei suoi contenuti su Meta (Facebook). Se questo principio di «equo compenso» fosse esteso a tutti, e non solo a un gruppo editoriale e a una singola piattaforma, e fosse regolato politicamente a livello nazionale e sovranazionale, il guadagno supplementare potrebbe raddoppiare o triplicare. Sarebbe un modo concreto per compensare il valore disconosciuto. Se poi si arrivasse a un reddito digitale finanziato anche dai capitalisti digitali si potrebbero remunerare le attività non pagate dei «lavoratori poveri». Questa potrebbe essere una prospettiva attraverso la quale s’intende lo sciopero dei giornalisti di oggi. In ballo non c’è solo il contratto, ma la politica e la vita.

UN ALTRO ESEMPIO viene dal manifesto. Si tratta dell’intelligenza MeMa che potete usare sul nostro sito. È una super-archivista che ha trasformato l’informazione in conoscenza e in un bene comune a disposizione di giornalisti e lettori. È un’alternativa a ChatGpt. E potrebbe essere innestata su Wikipedia perché è un’enciclopedia di saperi in movimento modificabile e estensibile come lo è l’intelligenza collettiva (umana e ormai anche artificiale) che ha realizzato questo giornale per più di mezzo secolo.

Il progetto è non restare passivi, ma cercare alleanze e creare nuove istituzioni cooperanti. Per farlo bisognerebbe mettere a frutto la nostra dimestichezza con l’impotenza e la rinuncia, ha scritto Paolo Virno. Anche questo è uno spunto per il lavoro del giornalista.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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