Israele bombarda di nuovo il sud del Libano. «Qui la guerra non è mai terminata»

Israele bombarda di nuovo il sud del Libano. «Qui la guerra non è mai terminata»

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Migliaia le violazioni israeliane della tregua in un solo anno. Ieri altri ordini di evacuazione, scuole chiuse per paura

Come annunciato nei giorni scorsi dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal suo ministro della difesa Israel Katz, i bombardamenti in Libano sono stati intensificati. Oggi le scuole sono sospese in alcune regioni della provincia di Tiro e a Nabatieh, nel sud del paese, fortemente colpite dall’aviazione israeliana e da numerosi droni.

SVARIATI GLI ORDINI di evacuazione nella giornata di ieri anche nella provincia di Bint Jbeil: «Ci rivolgiamo agli abitanti del palazzo segnato in rosso sulla carta e degli edifici adiacenti: vi trovate in prossimità di un edificio utilizzato da Hezbollah. Per la vostra sicurezza, dovete evacuare immediatamente e allontanarvi di 500 metri», ha intimato su X il portavoce arabofono dell’esercito israeliano Avichay Adraee. Decine gli avvisi simili ieri.

Tel Aviv accusa Hezbollah di essere riuscito, con traffici illegali attraverso la Siria, a riarmarsi. A quasi un anno dalla tregua sancita tra Israele e Hezbollah il 27 novembre scorso, sono migliaia le violazioni israeliane. Da allora, il sud e l’est del Libano – e tre volte la capitale del paese, Beirut – sono stati quotidianamente bombardati dall’aviazione e dai droni israeliani. In alcuni casi, come a Blida la scorsa settimana, le truppe israeliane hanno effettuato incursioni di terra. Sono cinque i villaggi libanesi attualmente occupati dall’esercito israeliano e utilizzati come avamposti militari.

HEZBOLLAH RIVENDICA il diritto a reagire. In una dichiarazione di ieri il Partito di Dio ha riaffermato il proprio «diritto a difenderci contro il nemico che impone la guerra nel nostro paese e non cessa i suoi attacchi». «Molti se ne sono andati oggi. Hanno preso i bambini da scuola e sono scappati verso nord – racconta al manifesto Mona Choukr – La paura è sempre tanta. Domani le scuole saranno chiuse. Qua tutti pensano che non sia questione di se, ma di quando la guerra riprenderà. Un attimo, però: qui la guerra non è mai terminata veramente. Noi passiamo di guerra in guerra. Dal 2006 in poi».

Mona Choukr è responsabile di un centro a Tiro dell’ong Amel che si occupa di assistenza medica e psicologica, stato punto di riferimento durante la fase più intensa della guerra cominciata l’8 ottobre 2023. Sono servizi, questi, che lo stato non riesce a fornire e che rendono indispensabile l’azione di organizzazioni come Amel.

Chiediamo a Choukr qual è il clima in questi giorni in cui la tensione sale di ora in ora. «La gente vuole vivere, vuole aman». Pace, tranquillità, sicurezza, protezione. «La gente vuole sentirsi al sicuro».

Venerdì scorso il presidente della repubblica libanese Joseph Aoun aveva fatto sapere su X, che «il Libano è pronto a negoziare per mettere fine all’occupazione israeliana, ma qualunque negoziazione non può essere fatta a senso unico. C’è bisogno di una volontà reciproca che ancora non esiste».

DOPO L’INCURSIONE terreste israeliana a Blida, in cui un funzionario pubblico era stato ucciso mentre dormiva nella municipalità del villaggio di frontiera, il presidente aveva ordinato all’esercito libanese di aprire il fuoco nel caso si ripetesse uno scenario simile. L’esercito è però in alcun modo lontanamente paragonabile a quello israeliano, sprovvisto com’è di una flotta, di un’aviazione e di attrezzature di terra moderne. Sopravvive grazie agli aiuti statunitensi, a quelli sauditi e ai contributi secondari di altri stati, tra cui l’Italia.

A Beirut i droni di ricognizione israeliana sono una presenza costante, un monito perenne che la guerra è tutt’altro che finita. Tutti si domandano quando, e non se, Israele attaccherà, se prima o dopo la visita di Leone XIV, prevista per il 30 novembre. Il clima è teso e la gente è stanca di una guerra che va avanti da oltre due anni. L’economia del paese stenta a riprendersi dalla crisi cominciata nel 2019.

Gli investimenti sono fermi. I progetti di ricostruzione finanziati dalla comunità europea e da quel che resta di UsAid (Trump ha sospeso quest’anno oltre l’80% degli aiuti al Libano) vengono rimandati di giorno in giorno. C’è una perpetua sensazione di sospensione, di incertezza. E la grande stanchezza di chi, come Mona Choukr , vuole finalmente pace, vuole aman.

* Fonte/autore: Pasquale Porciello,  il manifesto



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