Le contraddizioni della guerra in Ucraina nel vuoto dell’Europa

Le contraddizioni della guerra in Ucraina nel vuoto dell’Europa

Loading

Le accuse di corruzione alla cerchia di Zelensky confermano che non può esserci soluzione militare. Ristabilire la primazia della diplomazia significa non delegare alla Nato

Le armi in genere feriscono da entrambi i lati. E a forza di parlare per quasi quattro anni solo di armi per venire a capo di una guerra impari, prima o poi la bomba doveva esploderci in casa. Parliamo dello scandalo della gigantesca corruzione – non la prima – ai vertici dell’Ucraina che apre una voragine di contraddizioni nell’Unione europea e in Italia. L’inchiesta sulla banda che ha intascato più di cento milioni di dollari in mazzette sul sistema di protezione dei civili ucraini dai blackout provocati dalle bombe russe allarma l’Europa: «Kiev dovrebbe far progredire il suo quadro anticorruzione e prevenire qualsiasi arretramento». In sostanza la corruzione è un «ostacolo al processo di adesione». Si nasconde però il nodo della questione: se soldi e armi inviati all’Ucraina finiscono nelle tasche di corrotti, perché continuare a inviarli?

L’interrogativo è esploso anche dentro il governo di destra italiano.

Ci ha pensato Salvini, che non ha mai nascosto un empito filo Putin tutt’altro che pacifista. L’occasione è l’approvazione del nuovo ultimo pacchetto di fondi per armi all’Ucraina in procinto di essere varato dal governo. Imbarazzante la replica del ministro della difesa Crosetto, sponsor con il ministro degli esteri Tajani del provvedimento e rappresentante in pectore del complesso militare industriale italiano: «Non si giudica per due corrotti. Gli Usa ci aiutarono nonostante la mafia». Lo scandalo a Kiev non coinvolge due passanti a caso ma due ministri e la cerchia che sostiene il presidente Zelensky; inoltre è pur vero che gli Usa ci aiutarono – con il piano Marshall, pur sapendo della mafia (con cui peraltro avevano buoni rapporti) – ma è altrettanto vero che quando in Italia scoppiò lo scandalo delle tangenti dell’americana Lockheed, si dimise addirittura il presidente della repubblica Leone.

NON FIDIAMOCI però della «guerra pacioccona» dentro il governo che sarà silenziata con i dividendi nella manovra, e non facciamo da spettatori ad una recita tra fronti che alla fine hanno avuto con la Russia e nella crisi ucraina atteggiamenti che ci fanno dire che i putiniani veri stanno nella coalizione di destra – Meloni che plaude alla quarta vittoria di Putin alle presidenziali e ha come capogruppo al senato quel Malan che nel 2015 guidava gli osservatori italiani che suffragarono l’indipendenza del Donbass, Tajani che tace sull’appoggio di Berlusconi all’invasione russa come mezzo per avere «a Kiev un governo come si deve», e infine Salvini che ha cercato di accreditarsi al Cremlino ma ha accettato che il ponte sullo Stretto diventasse strumento della logistica della Nato.

Partiamo dai fatti. Finora dall’Ue all’Ucraina sono state consegnate armi per un equivalente di oltre 63 miliardi, più tutti i miliardi dati per sostenere l’apparato statale ucraino. L’imbarazzo vero dunque non è dei vertici di Bruxelles o di ministri del governo italiano, ma dell’opinione pubblica o meglio dei governati. A fronte di una legge di bilancio misera quanto vergognosa che dà briciole ai sottoposti e non riesce ad arginare l’evidenza sottolineata dall’Istat che il costo degli alimenti, per via delle spese energetiche, è aumentato del 25%. Fatto ancora più grave, l’intera credibilità dell’Europa e dell’Italia è nel piano di riarmo con altre decine di miliardi: sotto diktat dei dazi di Trump, dobbiamo anche acquistarle dagli Stati uniti. Intanto la Germania ha un bilancio della difesa di 100miliardi e l’Italia si avvia al traguardo del 5% del Pil di spese militari. Mentre avanzano processi di militarizzazione della società, torna l’idea della leva, la difesa diventa materia nelle scuole, l’economia fonda le sue crescite sulle fabbriche di armi che volano in Borsa.

DUE APORIE vanno sottolineate: mentre infuria questa tempesta perfetta sulla sua legittimità, Zelensky rilancia ammonendo che «Putin potrebbe attaccare un Paese della Nato… entro cinque anni», una nuova chiamata alle armi per un «volenteroso» confronto militare – che sarebbe atomico, anche per l’incidente sempre in agguato – tra Ue, Usa e Russia.

Eppure è lo stesso Zelensky che sull’avanzata russa di questi giorni in tutto il Donbass si affretta a dire che è di pochi chilometri, che è sempre uno stallo: ed è vero, quella guerra sanguinosa non fa che pochi chilometri avanti o indietro.

Questa incapacità dovrebbe invadere un paese Nato?

E poi, in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa sono renitenti alla leva e hanno disertato almeno un milione e mezzo di giovani, l’Ucraina è senza uomini non senza armi – la Germania in questi giorni decide il rimpatrio di decine di migliaia di persone riparate oltre frontiera. A chi e perché inviamo armi se una parte consistente degli ucraini rifiuta la guerra?

LASCIAMO TRUMP a recitare la parte in commedia di pacificatore di corta durata, dopo il fallimentare tappeto rosso per Putin in Alaska e l’ultimatum che chiamiamo tregua a Gaza con la questione palestinese sempre nella voragine. Quella che chiamiamo geopolitica altro non è che la determinazione di «chi destabilizza chi». Putin ha aggredito l’Ucraina per fermare l’allargamento a est della Nato e ha ottenuto più paesi, ai confini e intorno, che hanno aderito e vogliono aderire all’Alleanza atlantica; la Nato si è allargata a Est pensando di fare con la Russia quello che gli è riuscito nei Balcani e ora si ritrova nel pantano di una guerra per procura che rischia di perdere dopo aver vinto la Guerra fredda.

C’è un solo modo per fermare la guerra e Putin. Non la forza, ma ristabilire la primazia della diplomazia di un’Unione europea che invece strutturalmente ha delegato la sua politica estera alla Nato. Serve un rivolgimento dal basso, dalle istanze politiche, dai movimenti, dal sindacato ma anche dai governi democratici, dai Paesi del Sud del mondo e dall’Onu per costruire – con i termini di una linea armistiziale “coreana” che fermi il conflitto ucraino, da tracciare sui punti di contatto dei combattenti – una nuova assise, una nuova Helsinki europea dei popoli. La precedente degli anni Settanta definì una percorso condiviso del diritto internazionale rispettoso dei confini realizzati e avviò il disarmo. È vero, fu possibile perché c’era l’Urss che invece nell’89 è implosa. Allora facciamo un rewind, restituiamo attualità all’idea di una casa comune europea. Il confronto ormai non è tra due sistemi, quel nemico non c’è più, è diventato intestino perché regnano ovunque a Est e a Ovest razzismo, autocrazie e oligarchie che proprio della guerra si alimentano.

* Fonte/autore: Tommaso Di Francesco, il manifesto



Related Articles

Gaza. Il finto “strappo” di Joe Biden da Netanyahu

Loading

Quando Joe Biden dice a Netanyahu che lo Stato ebraico è impopolare in realtà dovrebbe allargare il tiro: è la disastrosa politica americana nella regione che è impopolare

Evviva la «Grande Francia» O ritorno della «Franà§afrique»?

Loading

COME I MEDIA MALIANI E QUELLI DEI PAESI VICINI GIUDICANO IL CONFLITTO
In generale l’intervento è accolto con sollievo, ma non mancano le voci discordanti. E c’è chi teme soprattutto il contagio

Gaza. «Rifiuto l’uniforme israeliana», l’obiezione di coscienza di Tal Mitnick

Loading

Trenta giorni di pena, rinnovabili. È il primo caso di refusenik dal 7 ottobre. Fuori dalla base di Tel Hashomer lancia il suo messaggio: «L’attacco criminale contro Gaza non riparerà il terribile massacro compiuto da Hamas. La violenza non risolverà la violenza»

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment