Morto Dick Cheney: bugie, profitti e guerre per la supremazia americana

Morto Dick Cheney: bugie, profitti e guerre per la supremazia americana

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Stati uniti. La scomparsa a 84 anni dell’ex numero due della Casa Bianca sotto Bush jr. È stato lui a incarnare la logica della guerra preventiva e dell’eccezione permanente: dall’invasione dell’Iraq alle prigioni segrete della Cia, dall’uso della tortura, alla sistematica erosione delle libertà civili

NEW YORK. È morto Dick Cheney, ex vicepresidente degli Stati uniti sotto George W. Bush, figura centrale e controversa della politica americana a cavallo tra XX e XXI secolo. Aveva 84 anni, e con lui se ne va uno dei simboli più riconoscibili della stagione neoconservatrice, quella che ha ridefinito l’imperialismo statunitense dopo l’11 settembre 2001.

PER MOLTI, Cheney non è mai stato solo il numero due della Casa Bianca di Bush jr. La sua influenza, esercitata dietro le quinte, ha contribuito a plasmare la politica estera e di sicurezza degli Stati uniti in senso sia espansionista che autoritario. È stato lui, più di Bush figlio, a incarnare la logica della guerra preventiva e dell’eccezione permanente: dall’invasione dell’Iraq alle prigioni segrete della Cia, dall’uso della tortura, alla sistematica erosione delle libertà civili.

Ex dirigente della Halliburton, colosso dell’energia e della difesa, Cheney ha rappresentato anche l’intreccio perfetto tra il potere politico e quello economico-militare. Nella sua visione l’interesse nazionale americano coincideva con la supremazia globale delle sue corporation. Le guerre del Golfo, per lui, erano anche guerre per il bene di cui commerciava, il petrolio.

ANDANDOSENE lascia un’eredità doppia: da un lato l’architetto del nuovo ordine unipolare post-sovietico, dall’altro il simbolo del cinismo politico che ha scavato un solco profondo tra Washington e il resto del mondo. Nel tempo, persino molti conservatori hanno preso le distanze da quella stagione di bugie, guerre e profitti. Da politiche talmente nefaste che nemmeno l’arrivo di Donald Trump sulla scena ha permesso di rivalutare la sua figura in senso positivo, come accaduto invece con altre figure del Gop, a partire dallo stesso Bush jr che ora, in confronto al tycoon, appare come un leader preferibile e quasi auspicabile.

Per Cheney non vale. È stato il regista occulto di una stagione di guerra, menzogna e profitti privati. Fra le pagine più nere legate al suo nome c’è quella della dottrina del potere esecutivo assoluto, che sta tanto favorendo l’ascesa incontrollata di Trump. Cheney ha lavorato alacremente per rafforzare la presidenza a scapito del Congresso e della trasparenza democratica, sostenendo che il potere esecutivo dovesse agire senza vincoli in materia di sicurezza nazionale. Dietro la sua maschera impassibile, ha incarnato la convinzione che la forza e l’interesse economico bastino per riscrivere le regole della politica mondiale. A distanza di anni, le sue decisioni continuano a pesare: nelle guerre infinite e strumentali, nella normalizzazione della sorveglianza, nella subordinazione della verità alla strategia.

L’OMBRA DI CHENEY ora si proietta sul destino politico della figlia Liz, altra figura complessa e contraddittoria del Gop. Il loro rapporto personale e politico racconta un pezzo dell’evoluzione e della crisi del conservatorismo americano. Liz ha ereditato la durezza ideologica e la visione elitaria della politica ma la sua traiettoria personale ha segnato una distanza rispetto alla linea dominante del trumpismo, portandola ad essere messa alla porta dal partito. Nel 2020, quando Donald Trump ha cercato di rovesciare il risultato elettorale, Liz Cheney, che ai tempi era deputata del Wyoming, è stata una delle poche voci repubblicane a denunciare l’assalto al Campidoglio come un attacco alla democrazia. Nel 2024 la spaccatura con il partito è stata totale, ed è arrivata a fare campagna per la candidata democratica Kamala Harris.

LIZ, pur opponendosi a Trump, non ha mai rinnegato del tutto la visione imperiale dell’America di suo padre, convinta che la “forza morale” del Paese passi anche attraverso l’uso della forza militare. Tra padre e figlia c’è una linea di continuità e una frattura: due generazioni dello stesso potere che si contendono l’anima del conservatorismo americano. Dick ha incarnato il dominio dell’apparato e delle élite strategiche; Liz tenta di salvare il vecchio ordine repubblicano dall’abisso populista in cui è precipitato.
Con la morte del padre, la figura di Liz Cheney rimane un riflesso della fedeltà al potere in sé, travestita da difesa della democrazia.

* Fonte/autore: Marina Catucci, il manifesto



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