Primi passi del piano Trump: Usa, Russia e Ucraina si incontrano a Ginevra

Primi passi del piano Trump: Usa, Russia e Ucraina si incontrano a Ginevra

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 Con i “28 punti” da oggi si fa sul serio, pronte alcune delegazioni, solo uno spazio consultivo per gli alleati occidentali tagliati fuori

L’assetto sembra essere quello delle “grandi occasioni”. Kiev ha infatti nominato una delegazione che già domani si recherà a Ginevra (Svizzera) per negoziare assieme alla controparte statunitense i 28 punti dell’accordo di pace che Washington ha presentato, più come ultimatum che come proposta («L’Ucraina deve firmare entro giovedì», ha detto il leader della Casa Bianca Donald Trump, che ieri ha precisato che «non è la mia offerta finale») e le figure coinvolte sono di primo piano: il segretario del consiglio di sicurezza ed ex-ministro della difesa Rustem Umerov, il capoufficio presidenziale Andriy Yermak, il capo dei servizi segreti Kirill Budanov e il capo di stato maggiore delle forze armate Andriy Hnatov, fra gli altri. «I nostri rappresentanti sanno perfettamente come difendere l’interesse nazionale e quali sono le condizioni per prevenire una nuova invasione russa», ha affermato il presidente Volodymyr Zelensky al momento di approvare la sua squadra diplomatica cercando, nel frattempo, di rassicurare una popolazione stremata dalla guerra e intimorita dalla piega degli eventi.

ANCHE GLI STATI UNITI puntano su nomi di peso: a dirigersi verso il capoluogo elvetico ci saranno infatti il segretario di stato Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff e il segretario dell’esercito Dan Driscoll. Quest’ultimo, fra l’altro, si trovava nei giorni scorsi in missione a Kiev assieme al capo di stato maggiore Randy George, proprio per ragguagliare Zelensky della nuova iniziativa diplomatica in arrivo. Se, infatti, le reazioni generali alle ultime notizie sono da fulmine a ciel sereno, e l’Europa colta di sorpresa avrà giusto uno spazio consultivo per il quale Londra, Parigi e Berlino hanno inviato rappresentanti a Ginevra in tutta fretta, è tuttavia chiaro che i preparativi fossero in corso da almeno un po’ di tempo.

Certamente all’interno dell’amministrazione a stelle e strisce: un’inchiesta del Kyiv Independent, per esempio, asserisce che il recente annuncio delle dimissioni dell’inviato della Casa Bianca per l’Ucraina Keith Kellogg (solitamente incline a difendere le ragioni del paese aggredito) sono parte di un più ampio sforzo portato avanti da Witkoff, di gran lunga più in buoni rapporti con la Russia (dove si è recato diverse volte nell’ultimo anno), per emarginare le voci interne all’establishment Usa più ostili al Cremlino.

Infatti, fonti interne hanno rivelato a Reuters che il piano in 28 punti sarebbe stato elaborato a fine ottobre durante una visita a Miami di Kirill Dmitriev, economista e negoziatore di fiducia del leader di Mosca Vladimir Putin, cosa di cui alcuni collaboratori di Trump, tra cui proprio Kellogg, sarebbero stati tenuti all’oscuro. Un volteggio diplomatico in cui rientra anche il già citato Umerov: ancora secondo Reuters, il funzionario ucraino sarebbe stato informato della nuova proposta di negoziato da Witkoff a inizio di questa settimana sempre in Florida, nei giorni in cui peraltro circolavano supposizioni su un suo rifiuto di ritornare in patria perché coinvolto negli scandali di corruzione da poco scoppiati all’interno della compagine governativa.

MOSCA INTANTO sembra osservare l’affannato rincorrersi di proclami e di scambi fra le varie cancellerie in modo fra il sornione e il circospetto, consapevole che gli sviluppi pendono a suo favore. Il decreto presidenziale firmato da Zelensky indica che anche la Russia sarà in Svizzera a trattare, ma ancora non ci sono conferme né dichiarazioni ufficiali sulla possibile delegazione. Nonostante le incognite (e nonostante il fatto che dall’insediamento della nuova amministrazione statunitense un copione simile, fatto di incontri clamorosi e improvvisi, sia già andato in scena in più occasioni), tanti elementi spingono a pensare che stavolta un po’ più di sostanza ci sia: non da ultimo, la liberazione di 31 prigionieri di cittadinanza ucraina dalle carceri bielorusse grazie al rinnovato dialogo fra il presidente Aleksander Lukashenko e il leader della Casa Bianca, in cui il primo è ben contento di vedersi levate delle sanzioni e di essere semi-riabilitato a livello internazionale (con gran disappunto, guarda caso, dell’Europa).

Insomma, guerra e affari è il binomio a partire da cui la diplomazia di Trump si trova a suo agio nel cercare punti d’incontro con leader che parlano più il linguaggio della forza che quello del diritto. La realtà forse è anche che in Ucraina, dato lo stallo e le difficoltà sul campo, una “pausa tattica” mascherata da pace appare sempre più come una tentazione percorribile.

* Fonte/autore: Francesco Brusa, il manifesto



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