Safari Sarajevo. La procura di Milano a caccia degli assassini

Safari Sarajevo. La procura di Milano a caccia degli assassini

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Venerdì mattina Adriano Sofri sarà ascoltato dai pm milanesi alla ricerca di dettagli sui cecchini italiani «da weekend» su cui il giornalista ha recentemente scritto

Proseguono le indagini della procura di Milano sui cecchini italiani «da weekend» che tra il 1993 e il 1995 erano disposti a pagare cifre esorbitanti per un safari a Sarajevo assediata dalle truppe serbe. Le prede su cui sparare? Bambini (i più costosi, secondo il tariffario), donne e uomini. Gli anziani erano in omaggio, si potevano ammazzare gratis.

E PER RISALIRE ALL’IDENTITÀ dei responsabili di questa macabra filiera di caccia, venerdì mattina Adriano Sofri comparirà in procura davanti al pm Alessandro Gobbis, accompagnato dall’avvocato Nicola Brigida e dall’ex magistrato Guido Salvini. Gli inquirenti hanno convocato l’ex leader di Lotta continua per cercare qualche indizio in più sulle vicende di Sarajevo, città in cui ha vissuto a lungo proprio nella fase più drammatica dell’assedio. La speranza dei pm è che il giornalista – che preferisce non commentare – possa essere a conoscenza di alcuni dettagli utili, in parte già raccontati sul Foglio il 12 novembre scorso. «Di quei turisti della caccia all’uomo chiunque, a Sarajevo, aveva sentito: benché fra le alture degli assedianti e la città assediata passasse una distanza mortale, le notizie correvano. Di quegli stranieri, non volontari “ideologici”, “fratelli ortodossi” e simili, ma abbienti sportivi del tiro agli animali umani, si diceva che fossero per lo più svizzeri, francesi, austriaci. Ma si disse anche di italiani (soprattutto di veneti) benché non si volesse crederci», ha scritto Sofri, sul giornale fondato da Giuliano Ferrara. Ricostruzione poi confermata pienamente e pubblicamente da Michael Giffoni, diplomatico componente della delegazione italiana in Bosnia-Erzegovina.

LA VICENDA DEI SAFARI della morte – con partenza da Trieste – è finita al centro delle indagini della procura di Milano in seguito a un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni nel gennaio scorso. La denuncia prende le mosse da un documentario del 2022: Sarajevo Safari, del regista sloveno Miran Zupanic. È a partire dalle testimonianze raccolte per la realizzazione di questo film che lo scrittore Gavazzeni ha avviato le sue controricerche, rintracciando alcuni dei protagonisti dell’epoca e archiviando informazioni utili all’esposto. «Ciò che ho appreso, da una fonte in Bosnia-Erzegovina, è che l’intelligence bosniaca a fine 1993 ha avvertito la locale sede del Sismi della presenza di almeno 5 italiani, che si trovavano sulle colline intorno alla città, accompagnati per sparare ai civili», si legge sull’esposto di Gavazzeni. «La presenza dei nostri servizi segreti in loco era giustificata dalla presenza della missione delle Nazioni Unite chiamata Unprofor, della quale facevamo parte anche noi come Paese, con nostre truppe e mezzi. È con questa sede che la mia fonte Edin Subasic, che faceva parte dell’intelligence bosniaca, ha comunicato e interloquito e dalla quale ha ricevuto risposta non solo di aver individuato gli italiani, identificati, ma così anche l’organizzazione che li portava in Bosnia nei teatri di guerra: la logistica e le catene di personaggi che agevolavano, per denaro, questo traffico». Ammazzare è un hobby da ricco «cinico» e «psicopatico» di cui i nostri servizi segreti sono a conoscenza e intervengono per stroncare. Solo in pochi possono permetterselo, come un italiano «proprietario di una clinica privata di Milano che si occupava di estetica», è l’unico dettaglio, totalmente da verificare, di cui ha sentito parlare Subasic negli anni del suo servizio. Un indizio da cui partire per un eventuale identikit.

MA QUELLO DELLO SCRITTORE è solo l’ultimo esposto in ordine di tempo. Perché già nel 2022 l’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karic aveva depositato una denuncia all’ufficio del procuratore della Bosnia-Erzegovina. Gli elementi per chiedere giustizia, del resto, sono agli atti da tempo. Basta cercarli, come ha fatto Gavazzeni. Nel maggio del 2007, il Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini nell’ex Jugoslavia ascolta la testimonianza dell’ex pompiere americano John Jordan, volontario nella città assediata. Il vigile del fuoco depone nel corso del processo al comandante dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic. È un uomo addestrato, sa come muoversi in un teatro di guerra e sa come riconoscere un “tiratore turistico”: «Il fatto che indossassero una combinazione di abiti civili e militari. Ma soprattutto l’arma. Chiunque può andare in un negozio di surplus e vestirsi come l’esercito di chiunque altro. Ma la gente del posto portava determinate armi, e quando un ragazzo si presenta con un’arma che sembra più adatta alla caccia al cinghiale nella Foresta Nera, che al combattimento urbano nei Balcani. Quando lo si vede maneggiare e si capisce che è un novizio, ovviamente si capisce che è un novizio nel muoversi tra le macerie. Sapete, se cammina come un’anatra, parla come un’anatra, è un’anatra».

Ora la procura di Milano intende fare chiarezza, ma a più di 30 anni di distanza sembra impresa complessa. Fare chiarezza sarebbe comunque importante per chiudere questa storia, soprattutto per sapere se gli eventuali colpevoli hanno continuano a vivere come se nulla fosse o se la “caccia” è continuata altrove.

* Fonte/autore: Sabato Angieri, Rocco Vanzana, il manifesto



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