Stati Uniti. Mike Fabricant: «Contro tanta crudeltà, una rete per i migranti di New York»

Stati Uniti. Mike Fabricant: «Contro tanta crudeltà, una rete per i migranti di New York»

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Il leader sindacale: «I momenti peggiori sono quando le persone vengono prese e non dicono neanche alle famiglie dove vengono imprigionate»

NEW YORK. Mike Fabricant è un professore dell’Hunter College School of Social Work, è stato direttore esecutivo del dottorato di Ricerca in assistenza sociale e da anni è tra i principali leader sindacali dell’università. A New York è uno degli organizzatori delle iniziative di monitoraggio giudiziario e di tutela degli immigrati.

«Il lavoro di un sindacato – dice – è qualcosa di più che salari, benefici e polizze assicurative per i lavoratori. Crediamo che il nostro sindacato debba intervenire a favore di tutti i cittadini che si trovano in difficoltà, e gli immigrati in tutto il Paese sono in situazioni particolarmente vulnerabili».

Come vi state muovendo e da quando?
Subito dopo l’elezione di Trump abbiamo capito che dovevamo fare qualcosa per proteggere studenti e docenti dall’arrivo dell’Ice nel campus. All’epoca non succedeva nulla, ma temiamo che il peggio succeda ora a causa dell’elezione di Mamdani. Vedendo cosa l’Ice sta facendo in altre città, per proteggere gli immigrati abbiamo chiesto all’università, con una petizione che ha raccolto 7.800 firme, di creare regole per l’ingresso dell’Ice nel campus. Poi è diventato chiaro che dovevamo rivolgerci ai tribunali, perché è dove l’Ice ha sede e sappiamo che deve raggiungere determinate quote di arresti. I nostri membri sono stati molto, molto reattivi.

In che modo?
Ogni martedì e venerdì ci sono dei nostri volontari che accompagnano gli immigrati che devono affrontare delle udienze nei tribunali dell’immigrazione. Finora abbiamo 200 persone fra docenti e membri del personale, che svolgono questo lavoro di monitoraggio. A tutti facciamo una formazione riguardo a cosa possono e non possono fare. Non possono opporsi fisicamente a un agente dell’Ice per esempio, o a un arresto. Non si può litigare con un agente dell’Ice, perché si verrebbe arrestati per aver ostacolato il loro lavoro, il che comporta una condanna e non vogliamo che qualcuno finisca in una prigione federale per aver reagito, cosa che magari si è tentati di fare. Le pene non sono le stesse di quelle inflitte dalla polizia di New York. Infine non si deve promettere agli immigrati più di quanto si possa mantenere.

E invece cosa si deve fare?
Abbiamo un ruolo limitato, di supporto, si prendono appunti sul caso, si registrano le informazioni da seguire in caso di emergenza. Si cerca di scortare le persone fuori dall’edificio nel miglior modo possibile e si cerca di instaurare un rapporto con le persone che stanno attraversando un momento di difficoltà. È difficile, perché dall’altra parte c’è tutto questo potere e questa crudeltà. A volte riusciamo a far uscire rapidamente le persone dagli edifici prima che l’Ice possa raggiungerle, ma sono eccezioni.

E una volta fuori?
Abbiamo creato una rete per seguire i singoli casi anche dopo le udienze. Non ci limitiamo a prendere appunti, cerchiamo di costruire relazioni. Offriamo un servizio con ciò di cui le persone hanno bisogno, dai supporti legali ai bisogni sanitari. Abbiamo creato questo servizio insieme ad altre realtà con cui collaboriamo al di fuori del sindacato, e ora c’è un’assistenza più completa per le persone che incontriamo.

Quanti casi avete seguito fino ad ora?
Abbiamo lavorato con centinaia e centinaia di immigrati e ciò che abbiamo visto è stato rivelatore. Vedendo gli agenti dell’Ice con pistole, maschere e tute nere, vestiti in un modo che ricorda davvero la Gestapo, come si fa a vederli e non averne paura? Donne, bambini, e anche molti uomini diventano ansiosi, soprattutto se sono con le loro famiglie. In tutto il tempo che ho trascorso lì non ho mai visto alcuna resistenza da parte degli immigrati, e quell’abbigliamento trasmette la sensazione non solo che quello sia il loro territorio, ma che siano loro a dominarti e a controllarti. Sono molto armati, ma a che servono tutte quelle armi se chi entra al 26 di Federal Plaza deve passare attraverso controlli accurati e metal detector?

Qual è stato l’effetto del nuovo potere di Ice nell’edificio?
Non c’è dubbio che Ice abbia non solo ridotto il ruolo degli altri addetti alla sicurezza nel tribunale, che sono molto più comprensivi nei confronti degli immigrati e lavorano lì da dieci, vent’anni, ma hanno anche scavalcato i giudici. Quando i giudici prendono una decisione che prevede quattro anni di libertà vigilata o di rivedere il caso dopo due, tre anni, loro arrivano e arrestano. E i momenti peggiori sono quando le persone vengono prese e non c’è alcun seguito, non è possibile localizzarle perché non ti dicono dove sono state imprigionate. La famiglia non lo sa e non sempre riesce ad ottenere informazioni. Spesso riusciamo a rintracciarli grazie all’intervento di un avvocato che presenta ricorso. Ma spesso gli avvocati sono oberati dal numero di casi e di arresti e non si ottiene un risultato immediato.

Ice dispone anche di un centro di detenzione all’interno di Federal Plaza.
Esatto, e due giudici hanno svelato che le condizioni sono terribili. Le persone dormono sul pavimento e in alcuni casi devono comprarsi il cibo da sole perché è insufficiente. I giudici hanno chiesto di chiudere il centro ma finora sono stati ignorati e l’Ice continua a sovraffollare le celle. Un esempio dopo l’altro di mancanza di potere esterno in quell’edificio. Federal Plaza è dell’Ice.

* Fonte/autore: Marina Catucci, il manifesto



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