Trump mette fretta per istituire un mandato coloniale statunitense-israeliano su Gaza
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Washington preme sul Consiglio di Sicurezza perché approvi il suo piano senza troppe domande. E spaccia per certo il disarmo di Hamas. Alle truppe internazionali ampi poteri di intervento e nessun riferimento al ritiro israeliano dalla Striscia
A Gaza Donald Trump avanza a testa bassa, deve realizzare i venti punti di un piano che di pace non è, ma intorno al quale ha cementato un ampio consenso internazionale. Dopo aver consegnato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la bozza di risoluzione che istituisce un mandato coloniale statunitense-israeliano sulla Striscia, ha trascorso le ultime ore a definire i tempi del dispiegamento della Isf, la International Stabilization Force, incaricata di concretizzare il mandato.
L’arrivo delle truppe è «imminente», ha detto ricorrendo alla sua famigerata vaghezza: «Avverrà molto presto. E Gaza sta funzionando molto bene», ha aggiunto senza fare menzione delle continue violazioni israeliane e delle condizioni infernali in cui due milioni di palestinesi continuano a vivere.
WASHINGTON HA FRETTA e non lascia spazio a negoziati: secondo fonti diplomatiche sentite dal New York Times, gli Usa vogliono un’approvazione immediata della risoluzione e non intendono rispondere agli ovvi dubbi mossi da altri paesi (dalla Danimarca al Pakistan) in merito al percorso verso lo Stato di Palestina ma anche – più semplicemente – al ruolo futuro dell’Autorità nazionale palestinese e alla composizione del cosiddetto «Consiglio della Pace» presieduto da Trump.
Al CdS, scrive il Nyt, deve bastare l’invenzione della Isf che, nelle intenzioni del presidente Usa, dovrà mettere insieme «paesi molto potenti» intorno a un impegno prioritario: disarmare Hamas e cancellarne l’infrastruttura militare. Nella risoluzione si parla di ventimila soldati, molti provenienti da paesi arabi o a maggioranza musulmana, sebbene certezze sulla composizione manchino ancora, anche a causa dei veti israeliani (sulla Turchia in primis).
Ventimila soldati che potranno «prendere tutte le misure necessarie», una formula che apre a scenari poco rassicuranti, tanto più alla luce dell’assenza di una leadership palestinese scelta dai palestinesi, di un mandato trumpiano lungo almeno due anni e dell’indefinitezza del ritiro israeliano dalla Striscia (prima della firma degli accordi Sharm el Sheikh, Netanyahu e Trump hanno ribadito la clausola delle clausole: «Israele manterrà la responsabilità della sicurezza, incluso un perimetro di sicurezza, per il prossimo futuro»).
Washington si vende per certo il disarmo del movimento islamico: ieri l’inviato speciale Usa Steve Witkoff ha raccontato della promessa strappata alla leadership di Hamas in cambio del cessate il fuoco e di un «piano di sviluppo che abbiamo per Gaza veramente incredibile». L’amministrazione statunitense sa che il disarmo è il pivot dell’accordo, la colla che tiene (per ora) attaccata Tel Aviv al piano, e con Hamas usa il bastone e la carota.
È il caso del negoziato in corso da giorni sui circa 150 combattenti bloccati in un tunnel a Rafah: per ora senza successo, hanno chiesto a Israele – tramite i mediatori tra cui la stessa Washington – un passaggio sicuro in cambio della consegna delle armi. Per gli Usa, lo ha confermato ieri Witkoff, si tratta del modello perfetto: armi giù, amnistia. L’Egitto ha avanzato la sua proposta: sarà Il Cairo a prendere in consegna gli armamenti, insieme alle coordinate dei tunnel che poi Israele potrà distruggere.
MA IL DISARMO totale è altra cosa e, di nuovo nei giorni scorsi, fonti diplomatiche arabe hanno confidato al Times of Israel che il movimento islamico sarebbe sì aperto alla consegna dell’artiglieria pesante, ma non delle armi leggere, quelle che gli garantirebbero di occuparsi della sicurezza interna ma anche di non apparire sconfitto agli occhi dell’opinione pubblica palestinese.
Per nulla impellente, agli occhi dell’amministrazione Trump, appare la sistematica violazione israeliana della tregua, a partire dal blocco di aiuti umanitari in ingresso. «È un flusso di aiuti per lo più simbolico, non una genuina e significativa operazione umanitaria – scrive su al Jazeera il giornalista Tareq Abu Azzoum da Deir al-Balah – Sì, i camion entrano ma in piccolissimo numero e spesso i prodotti non servono ai bisogni nutrizionali immediati. Mancano farina, proteine, verdure fresche, acqua pulita. Le famiglie combattono per sopravvivere. Il ministero della salute ha confermato una nuova ondata di malattie contagiose».
Secondo l’Onu, dal 10 ottobre Israele ha rigettato 107 richieste di ingresso di aiuti mosse da ong internazionali, «compresi coperte, abiti invernali, kit sanitari e igienici». Ed è sempre l’Onu a spiegare una delle ragioni della diffusione incontrollabile delle malattie (gastriti, diarrea, infezioni, scabbia): ordigni inesplosi, tendopoli sovraffollate e discariche a cielo aperto hanno creato «un’atmosfera putrida…La scala del problema è immensa – spiegava ieri Alessandro Mrakic, capo dell’Undp a Gaza – Due milioni di tonnellate di rifiuti non trattati in tutta Gaza».
Fuoco anche a Gerusalemme: l’esercito israeliano ha ucciso ieri due 16enne, Muhammad Abdullah Taym e Muhammad Rashad Fadl Qasim, in un violento raid ad Al-Judeira. I corpi sono stati sequestrati dai militari.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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